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Proibito l'uso di allevare galline in gabbie in batteria

Dal primo di gennaio entra in vigore una legge comunitaria che vieta l'uso di allevare galline per la produzione di uova in batteria.
I volatili allevati così saranno fuorilegge.
Undici stati compresa l'Italia rischiano multe se non si allineeranno.

(Fonte: leggo.it)

Chi controlla il mondo? Ecco la rete globale del potere finanziario

Una ricerca svizzera evidenzia come meno di 150 multinazionali dettano le regole del mercato e strozzano la concorrenza. In allegato viene sintetizzato lo studio.

Study's content: 

Sì alla pillola dei 5 giorni dopo

La pillola dei 5 giorni dopo sta per arrivare in farmacia. Dopo una lunga attesa tra scontri, stop del ministero e paletti del Consiglio superiore di sanità, lunedì il decreto che ne autorizza la vendita sarà in Gazzetta Ufficiale. Ci sono voluti ben due anni e tre mesi all'Agenzia del farmaco (Aifa) per firmare un'approvazione che ricorda da vicino il lungo iter per il via libera alla Ru486.
Quello però è un farmaco abortivo mentre ellaOne, il nome commerciale dell'ulipristal acetato, è un anticoncezionale, come la pillola del giorno dopo, e agisce fino a 120 ore dopo il rapporto a rischio. Se nel frattempo la fecondazione è già avvenuta non funziona. Avendo però a che fare con il rifiuto della gravidanza anche il nuovo medicinale (approvato dall'Emea già nel maggio 2009) in Italia è finito al centro di polemiche che ancora non si spengono.
Da noi, come chiesto dal Consiglio superiore di sanità (Css) all'Aifa, prima di prendere la pillola si dovrà fare un test di gravidanza. Una decisione che non piace ai medici. In nessuno dei 21 paesi europei dove sono già state vendute 400mila confezioni di ellaOne esiste una regola del genere.
La pillola sarà a carico delle pazienti, come la pillola del giorno dopo e molte anticoncezionali, e costerà quasi 35 euro, cioè più che in Francia (24 euro) e in Gran Bretagna (17 sterline).

(Fonte: repubblica.it)

L’Eni fa ripartire la produzione in Libia

L’Eni ha avviato la riapertura di quindici pozzi nel giacimento libico di Abu-Attifeel, situato circa trecento chilometri a sud di Bengasi. Attualmente, riferisce una nota, il livello di produzione è pari a circa 31.900 barili giorno. Nei prossimi giorni saranno riattivati altri pozzi di produzione, con l’obiettivo di raggiungere i volumi minimi necessari per riattivare l’oleodotto che trasporterà l’olio dal campo al terminale di Zuetina. Le operazioni sono condotte dalla società Mellitah oil & gas, joint venture tra Eni e Noc.
Il campo di Abu-Attifel è stato il primo “giant” scoperto in Libia dall’Eni negli anni Sessanta. L’Eni è presente in Libia dal 1959 dove è tuttora il primo operatore internazionale di idrocarburi.

Fonte: e-gazette.it

Rapporto Fao: a causa delle speculazioni, aumenta la fame nel mondo.

“I prezzi alimentari sono destinati a rimanere sostenuti - e forse ad aumentare - e saranno caratterizzati da grande volatilità”. Lo afferma il Rapporto annuale sulla fame nel mondo “The State of Food Insecurity in the World” (SOFI 2011) pubblicato congiuntamente da tre agenzie dell’ONU con sede a Roma: la FAO, (Organizzazione Onu per l’alimentazione e l’agricoltura), l’IFAD (Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo) ed il PAM (Programma alimentare mondiale). “I più a rischio saranno i piccoli paesi, dipendenti dalle importazioni, specialmente quelli africani. Molti di essi stanno ancora pagando le gravi conseguenze della crisi alimentare e di quella economica del 2006-2008” – evidenzia il rapporto.

Il rapporto concentra l’attenzione sulla volatilità dei prezzi alimentari, identificati come uno dei principali fattori dell'insicurezza alimentare a livello globale e fonte di grave preoccupazione per la comunità internazionale. “L’aumento dei consumi alimentari nelle economie in rapida ascesa, la crescita demografica e l’ulteriore espansione dei biocombustibili pongono un ulteriore pressione sul sistema alimentare” - si legge nel rapporto. Inoltre, “la volatilità dei prezzi alimentari potrebbe aumentare nel prossimo decennio per lo stretto rapporto tra mercato agricolo e mercato energetico e per i sempre più frequenti fenomeni climatici estremi”.

Il rapporto sottolinea che gli investimenti in agricoltura rimangono l’elemento essenziale per una sicurezza alimentare duratura. “E’ importante però - sottolinea il rapporto - che tutti gli investimenti tengano in considerazione e rispettino i diritti di tutti gli esistenti fruitori della terra e delle relative risorse naturali, avvantaggino le comunità locali, promuovano la sicurezza alimentare e la sostenibilità ambientale, e contribuiscano all’adattamento ed alla mitigazione degli effetti del cambiamento climatico”.

Le tre agenzie dell’ONU affermano quindi che “l’intera comunità internazionale deve agire oggi ed agire in modo efficace per mettere al bando l’insicurezza alimentare dal pianeta”. Ai governi chiedono di “garantire un contesto normativo trasparente e sicuro, un contesto che promuova gli investimenti privati e faccia incrementare la produttività agricola”. Ai Paesi sviluppati viene chiesto di “ridurre lo spreco di cibo con l'informazione e con politiche adeguate” e a Paesi in via di sviluppo di “ridurre le perdite con investimenti lungo tutta la catena alimentare, specialmente nella fase del dopo raccolto e della trasformazione alimentare”. Il rapporto sottolinea infine la necessità di “ una gestione più sostenibile delle risorse naturali, delle foreste e del patrimonio ittico” come fattore “cruciale per la sicurezza alimentare dei più poveri”.

Fonte: Fao.org

Fame nel mondo: i prezzi alimentari restano alti

I prezzi alimentari rimarranno alti e saranno caratterizzati da grande volatilità: è quanto preoccupa la Fao che oggi ha presentato il rapporto annuale sulla fame nel mondo (The State of Food Insecurity in the World), redatto quest'anno insieme a Fondo Internazionale per lo sviluppo agricolo e Programma alimentare mondiale. I più a rischio saranno i piccoli paesi, dipendenti dalle importazioni, specialmente quelli africani; molti dei quali, spiega il rapporto, stanno pagando le gravi conseguenze della crisi alimentare e di quella economica del 2006-2008. “A rischio i nostri sforzi per raggiungere l'obiettivo di Sviluppo del Millennio di dimezzare per il 2015 la proporzione di persone che soffrono la fame", sottolineo i responsabili delle tre agenzie, Jacques Diouf, Kanayo F. Nwanze (Ifad) e Josette Sheeran (Pam). "Ma anche se gli obiettivi di sviluppo del millennio venissero raggiunti per il 2015, nei paesi in via di sviluppo rimarrebbero comunque circa 600 milioni di persone sottonutrite. E che 600 milioni di persone soffrano di fame cronica non è mai accettabile".

Secondo la stima della Fao - che non azzarda previsioni per il 2011 poiché è in fase di revisione il metodo di calcolo - nel 2010 erano 925 milioni gli affamati nel mondo, 850 milioni tra il 2006 e il 2008. Gli investimenti in agricoltura rimangono l'elemento essenziale per una sicurezza alimentare duratura, secondo il rapporto. Irrigazioni, migliori pratiche di gestione della terra e lo sviluppo di sementi di migliore qualità i settori chiave verso cui dirigere gli investimenti secondo il rapporto.

Fonte: redattoresociale.it

Chi sono i padroni del Sapere?

Una manciata di editori si spartisce il mercato delle pubblicazioni scientifiche. Gorge Monbiot denuncia su “The Guardian” in Gran Bretagna un giro d’affari enorme, basato sullo sfruttamento di risorse pubbliche. Leggere un solo articolo on line pubblicato da una delle riviste della Elsevier costa 31,50 dollari. La Springer fa pagare 34,95 euro, la Wiley-Blackwell 42 dollari. Se si leggono dieci articoli si paga 10 volte, e le riviste hanno il copyright perpetuo. Ovviamente si può andare in biblioteca, ma il costo medio degli abbonamenti è esorbitante, l’abbonamento più caro è quello di Acta Biochimica e Biophisica della Elsevier: 20.930 dollari; il meno caro quello di una rivista di Chimica, 3.792 dollari; comunque le riviste assorbono il 65% del budget, costringendo a ridurre l’acquisto dei libri. Le riviste incidono anche sui costi universitari che vengono riversati sugli studenti. Inoltre questi editori scientifici non pagano gli articoli, né le consulenze editoriali e perfino buona parte dell’editing. Il materiale che pubblicano non è stato finanziato da loro, ma da borse di studio e stipendi universitari, pagati con le tasse di tutti i cittadini e per vedere questo materiale noi cittadini dobbiamo pagare di nuovo. Ma i loro ricavi sono astronomici: nell’ultimo anno finanziario il margine operativo lordo della Elsevier è stato del 36% (724 milioni di sterline su due milioni di fatturato. Queste cifre sono il frutto dei monopoli della Elsevier, Springer e Wiley, che hanno comprato molti concorrenti, inglobando le riviste più prestigiose e con il più alto impact factor ed ora pubblicano il 42% degli articoli delle riviste; e le Università non possono fare a meno di comprare i loro prodotti. Infatti gli articoli accademici possono essere pubblicati in una sola rivista e devono necessariamente essere letti dai ricercatori per tenersi aggiornati e fare carriera. Invece di contribuire alla diffusione della ricerca, i grandi editori la intralciano, anche perché con i loro tempi lunghi possono rinviare di un anno o più la pubblicazione delle ricerche. La monopolizzazione di una risorsa pubblica e la richiesta di tariffe esorbitanti per usarla è parassitismo economico; ed incide sulla carriera, perché solo chi è ricco o ha uno sponsor ricco può farla. (Elaborazione da Internazionale - Scienza - Settembre 2011)

Decoder libero: ricorso di Mediaset

Mediaset è pronta a scendere sul piede di guerra contro la sentenza che «liberalizza» la trasmissione di eventi sportivi, consentendo agli utenti dotarsi di schede e abbonamenti di qualsiasi Paese comunitario. Lo ha detto il presidente Fedele Confalonieri, assicurando che «Mediaset è pronta a fare ricorso» contro la sentenza della Corte di giustizia europea che giudica illegittima la territorialità dei diritti degli eventi sportivi. Per i magistrati europei, gli appassionati di calcio dovrebbero essere liberi di utilizzare il decoder satellitare più economico a disposizione nell'Europa comunitaria per guardare le partite, anche se questo va contro gli accordi esclusivi firmati dalle emittenti televisive con le varie Leghe sportive nazionali.

(Fonte: corriere.it)

Il web sceglie il suo futuro

Si è tenuto il sesto Internet Governance Forum 1 (Igf 2) voluto dall'Onu per discutere del futuro della rete. A Nairobi, in Kenya, nella sede locale delle Nazioni Unite, si è discusso di mercato, democrazia e globalizzazione all'insegna dello slogan " Internet come catalizzatore del cambiamento: accesso, sviluppo, libertà e innovazione". La formula del forum è la stessa delle origini. Capi di stato, esperti, associazioni di volontari, difensori della privacy e della libertà d'espressione si incontrano sotto l'egida del Palazzo di vetro per individuare soluzioni comuni e condivise alla governance della rete ma senza obbligo di rispettarne le decisioni.

L'idea di un incontro annuale di tutti gli attori di Internet é nata a Tunisi nel 2005 ed è stata il capolavoro politico di Kofi Annan che ha messo d'accordo le diplomazie di mezzo mondo per superare i bellicosi tentativi dei paesi del Bric (Brasile, Russia, India e Cina) di sfilare agli Usa il controllo dell'Icann, l'autorità che si occupa di attribuire i nomi di dominio, la merce pregiata della rete.

A dispetto di quello che vorrebbero i suoi detrattori, che li reputano inconcludenti, proprio in questi incontri è maturata la decisione di limitare l'egemonia della lingua inglese per registrare e accedere ai siti Internet, quella di creare il dominio .XXX per i contenuti a luci rosse per tutelare gli utenti rispetto all'esposizione di contenuti pornografici, e la spinta all'adozione del nuovo protocollo di Internet, l'Ipv6, per aumentare esponenzialmente la scelta dei nomi di dominio. Tutti fatti che hanno un ovvio risvolto economico e geopolitico.

E tuttavia oggi é mutato il contesto che fa sfondo alla riunione del "parlamentino" di Internet. Dopo le rivolte arabe, gli scontri diplomatici sul controllo della rete, le nuove regole dell'Icann, niente sarà più come prima. Si è allargata la forbice tra gli stati che rivendicano il potere di "spegnere la rete" (tra questi a sorpresa ci sono gli Usa) e i cittadini che l'hanno usata per smobilitare regimi autoritari; gli Stati Uniti minacciano di bombardare con gli aerei i responsabili degli attacchi informatici alle sue infrastrutture (Russia e Cina); l'Icann mette in commercio i nomi propri come "apple", cioè "mela" per farne indirizzi a dominio da 180 mila dollari in su ipotecando pesantemente il diritto di ciascuno di vedersi riconosciuto un nome generico per i propri siti e servizi secondo una logica di esclusività, e altro ancora.

E’ proprio il ruolo svolto dal web nelle rivolte africane che preoccupa gli Stati autoritari.

Allo stesso modo non è un caso che il Consiglio dei Ministri del Consiglio d'Europa abbia deciso di adottare e diffondere venerdì scorso una serie di raccomandazioni decise fra giugno e settembre e già rinominate "10 principi per la tutela di Internet", volte a proteggere l'universalità, l'integrità e l'apertura della rete salvaguardando la libertà d'espressione e l'accesso all'informazione online 8.

In queste raccomandazioni, il Consiglio d'Europa cita i rischi di quelle forti concentrazioni sul mercato dei media che minacciano pluralismo, scelta e diversità dei contenuti, e sollecita gli Stati a individuare forme di autoregolamentazione condivise con gli utenti della rete e i nuovi media a rispettare le regole giornalistiche ma senza costrigerli a farlo.

In definitiva proprio le proposte fatte dagli italiani nel 2005 con la carta Tunisi Mon Amour di Fiorello Cortiana e Stefano Rodotà, poi diventata l'Internet Bill of Rights, scaricata dal governo italiano e adottata prima dal Brasile e poi fatta propria nei fondamenti in queste raccomandazioni del Consiglio d'Europa 9.

(Fonte: repubblica.it)

Il pesce due volte su tre è taroccato

Oggi in Italia la pesca è uno dei settori più aggrediti dalle importazioni selvagge dall'estero, in particolare dai paesi asiatici. E soprattutto dalla sofisticazione alimentare. "Due terzi del pesce servito sulle tavole italiane è finto, taroccato" denuncia la Coldiretti. "Il 30 aprile l'Italia ha mangiato l'ultimo pesce del Mediterraneo" denunciano Nef e Ocean2012, organismi internazionali del settore. "Dal primo maggio tutto quello che arriva sulle tavole italiane non è prodotto nostrano". Ma davvero è così? Da dove arriva? Chi lo pesca? E soprattutto: fa male alla nostra salute?
Il problema è che molto spesso, anzi quasi sempre denunciano le associazioni di categoria e confermano le forze di polizia che da Milano a Palermo continuano con sequestri e ad aprire inchieste, il pesce che arriva dall'estero non è di buona qualità. Spesso è pericoloso perché non tracciato e non tracciabile. E soprattutto viene venduto per quello che non è.
In questi anni deve essere cambiato qualcosa se è vero, com'è vero, che il pesce venduto da Palermo a Milano tutto è tranne che un prodotto nostrano. Il gambero di Mazara arriva infatti dal Mozambico. Il polpo di Mola dal Vietnam. Il filetto di cernia di Gallipoli (che in realtà era pangasio) dal Mekong, un fiume che si trova tra la Thailandia e il Laos. E non si tratta di casi isolati.
Secondo l'Istituto di ricerche economiche per la pesca e l'acquacoltura, nel 2010 in Italia sono state commercializzate 900mila tonnellate di pesce per un ricavo di circa 1.167 milioni di euro. Di queste solo 231mia sono state pescate nel "nostro" mare. Tutto il resto arriva dall'estero. Ma la qualità è scarsa e il prodotto non è tracciato.

(Fonte: repubblica.it)

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