Gian Piero Barozzi, il mago delle calcolatrici ignorato in Italia (70 brevetti)

News - author: albatros - posted: 30-12-2018

A dieci anni costruiva giocattoli con gli attrezzi della falegnameria davanti a casa. A quindici, mentre frequentava le scuole industriali, si era iscritto al club del modellismo e realizzava veleggiatori: «Volevo fare il progettista». Gian Piero Barozzi, 81 anni domani, imprenditore di Crema, ha cominciato, da autodidatta, con le macchine calcolatrici, alle prese con decimali, addizionatrici per sterline e mezzo penny.

Nel 1977 è passato alle macchine per scrivere. Ha lavorato per importanti aziende statunitensi prima, del Giappone poi, dove ha vissuto una ventina d’anni. Nell’«Enciclopedia delle macchine da calcolo» fatta da un tedesco, il suo nome è legato a settanta brevetti di calcolatrici. Nessuna laurea, un mix di intelligenza e molto studio sui libri di matematica e di ingegneria che gli passavano i professori. «L’intelligenza è un dono, l’istruzione è un merito, perché si deve faticare ed io ho faticato parecchio nella mia vita».

Padre caldaista, madre sarta, quarto di cinque fratelli, Barozzi vive in una villa dove c’è molto Giappone: dalle stampe alle kokeshi, le bambole di legno, al giardino. «Dopo la scuola — racconta — per un paio di mesi ho lavorato per il mio professore. Disegnavo bruciatori». Barozzi verrà assunto da un’azienda di Crema che stava lavorando ad un calcolatore «che, però, non aveva funzionato, così mi hanno dato l’incarico di costruire i pezzi e mi è venuta l’idea di progettarne uno io. Mi sono messo a pensare come avvenisse il trasporto dei decimali ed ho inventato il sistema». Al prototipo lavora di notte, a casa. «L’ho costruito nella mia camera da letto gelida».

Barozzi lo mostrerà in azienda. «Ed è stata una disgrazia, perché il mio funzionava. Il capo non mi parlava più, mi passava i pizzini. Dopo tre mesi ho lasciato l’azienda». Va a Pavia. «Un imprenditore si era messo in mente di fare macchine per ufficio. Eravamo al secondo piano della Casa del popolo. La macchina è stata presentata in Fiera, ha avuto successo ed è cominciata la produzione in Germania». Da Pavia a Napoli, dove il 22enne Barozzi è assunto dalla statunitense Sperry Corporation. «Dovevo trasformare la macchina manuale in elettrica con doppio e triplo zero e con il bicolore. A Napoli mi presentano un ex maharaja». Si chiama Homi, ha sposato la figlia del direttore d’orchestra Leopold Stokowski, vive nel lusso a Ginevra. «Voleva mettere in piedi uno stabilimento per macchine addizionatrici. Con lui ho guadagnato i primi, veri, soldi».

Per due anni Barozzi lavora a Crema. «Stavolta, nel grande salone dove mi ero messo una stufa a petrolio. Ho fatto due prototipi di addizionatrici, li ho consegnati e sono stati brevettati». Il primo agosto del 1964 vola in Giappone: «Ho trasferito il know how ad una ditta che faceva fotocopiatrici». Lo assumerà la Citizen, poi un’altra società: sede a Tokyo, produzione ad Hiroshima. «Ho realizzato una delle prime macchine al mondo montata in automatico». Nell ‘84 torna a Crema. Oggi lavora con i tre figli nella sua azienda, la Gske. L’ultimo suo brevetto è nel settore cosmetico. «Nonostante io abbia cercato di vendere tutti i miei progetti in Italia, non ci sono riuscito. E questo spiace».
(Fonte: www.corriere.it)