Giovani e crisi: un’indagine amatoriale sui trentenni di oggi

Witness - author: Baravolante - posted: 02-09-2010

Ormai non si sente parlare d’altro. La crisi… La crisi sta passando… C’è una timida ripresa… Più lavoro per i giovani…
Non convinto di ciò ho provato a chiamare alcuni dei miei vecchi compagni di classe di cui ho ritrovato i numeri tra le pagine ormai ingiallite di una vecchia agenda. Ha preso vita così un’indagine lampo sulla situazione lavorativa e sociale con la quale convive il trentenne di ceto medio-mediobasso dei giorni nostri. Fermo restando che i risultati di tale indagine non hanno assolutamente la pretesa di avere la validità dei sondaggi accademici essi vogliono solo mostrare, a titolo di esempio, i traguardi ed i risultati ottenuti da quella che era, a fine anni ’90, una normale classe terza di un liceo non tra i migliori, ma neanche tra i peggiori, di Roma. Ovviamente, per non turbare le esistenze di coloro che si sono prestati ai miei disegni, verranno utilizzati nomi fittizi. Alessandro, dopo aver terminato il liceo, ha deciso di non continuare gli studi e di cercare lavoro. Risultato, sono cinque anni che lavora come tecnico informatico per la stessa società, a circa ottocento euro al mese, la quale ha trovato l’ottimo sotterfugio di fargli ogni anno un contratto diverso (non sono potuto ovviamente entrare nei dettagli) in modo da non doverlo mai assumere a tempo indeterminato malgrado l’ottimo rendimento. Fin qui niente di trascendentale. Peccato però che il ragazzo abbia sulle spalle un affitto di seicento euro al mese per un monolocale fuori dal raccordo anulare ed una compagna che, dopo aver lavorato per un call center per circa tre anni, si è vista consegnare a dieci giorni dalle ferie una lettera di licenziamento (miracolo dei contratti a progetto). Maria (seconda telefonata) ha conseguito brillantemente la laurea in giurisprudenza e, dopo aver fatto il canonico praticantato con un rimborso spese di quattrocento euro al mese, da qualche mese ha ricevuto dallo studio legale per cui lavora un magnifico aumento di stipendio, che si colloca alla rispettabile cifra di settecento euro. Tutto ok, si direbbe… Peccato che soltanto il costo del parcometro, per lasciare la macchina a circa un chilometro dallo studio, visto il monte ore mensili si aggira intorno ai trecento euro, e l’affitto per quaranta metri quadri in borgata si attesti sempre intorno ai seicento euro. Seicento più trecento fa novecento, o meglio, fa duecento euro al mese che i genitori pensionati devono scucire al novello avvocato soltanto per andare in pari. L’inizio non è dei migliori, ma la situazione sembra migliorare verso il primo pomeriggio, quando riesco a contattare Andrea, che dopo il liceo è diventato consulente di vendita di un’agenzia che lavora per un noto operatore telefonico. In due parole mi dice che lo stipendio si aggira intorno ai milletrecento al mese, che viaggia spesso per lavoro e che tutto sommato, vista la crisi, non gli va per niente male. Bene, dico io. Peccato che, prolungando la conversazione, viene fuori che i milletrecento sono lordi e le spese di gestione tante, che in otto anni di lavoro a causa del contratto a collaborazione non ha neanche un giorno di contributi INPS e che, costretto (pena il licenziamento in tronco) a rispettare le direttive dell’azienda, per ogni contratto che sottoscrive è passibile di denuncia penale. Da qui in poi ridurrò la sequenza delle conversazioni ad un elenco di dati, tanto per rendere l’idea. Franco, assente ma di cui la sorella è ben lieta di narrarmi le peripezie, risulta laureato in psicologia ed emigrato in Norvegia. Dopo aver consegnato giornali, pizze e venduto abbonamenti per Medici Senza Frontiere (ed essersi invischiato in una causa per mobbing e licenziamento senza valide ragioni) attualmente opera come educatore negli asili nido a tempo indeterminato dietro presentazione di direttrice simpatica (in Italia servono circa dieci anni di graduatoria del comune, n.d.r.). Nina, che dopo aver tentato per quattro anni consecutivi il test d’ingresso all’università di un noto policlinico romano ed aver superato tre volte su quattro le selezioni per merito, si è vista rifiutare la domanda di ammissione per “Improvvisa necessità della struttura” o per “Riduzione dei posti disponibili per cause di forza maggiore” e non ha neanche ottenuto il rimborso della tassa di ammissione, che ovviamente andava pagata in anticipo. Attualmente fa la babysitter ad ore, sperando che il fidanzato disoccupato malgrado sia laureato trovi al più presto un lavoro stabile. Giorgio, che dopo aver pagato migliaia di euro per un corso da dealer ed aver fatto la gavetta per anni sulle navi da crociera di una nota compagnia italiana, nel momento in cui ha deciso di tornare a casa e tentare di metter su famiglia, si è visto chiudere le sale da gioco per un cavillo giuridico e, dopo aver passato diversi mesi da disoccupato, è tornato a lavorare con l’incubo giornaliero di venir denunciato per gioco d’azzardo. Arrivato a questo punto, decido di rinunciare al mio intento. Se i più promettenti di allora, che ovviamente ho chiamato per primi, si trovano in queste situazioni, ho il terrore di sapere che fine hanno fatto quelli che già allora potevano considerarsi ragazzi dal futuro incerto. Per finire in bellezza, compongo gli ultimi due numeri. Uno per vera curiosità, trattandosi di un tipo turbolento già a scuola. L’altro perché avevo sentito dire da amici comuni che era riuscito a diventare giornalista, e quindi sperando di poter spuntare almeno un successo sulla tabella dei risultati. Del primo, Francesco, apprendo dalla moglie che ha lavorato per anni come factotum presso un magazzino di autoricambi. Poi la ditta è fallita, avevano un mutuo e due bambini. Mesi difficili, poi la fantomatica svolta. Svolta che gli è costata l’arresto e non so bene quanti anni per rapina. Riappendo il telefono quasi con rabbia, e con estrema difficoltà lo rialzo per comporre l’ultimo numero. Ivan mi risponde stranamente assonnato per l’ora, ma comunque sembra contento di sentire la mia voce e questo mi tira su di morale. La mia allegria dura però poco più di cinque minuti, quando vengo a sapere che quello che credevo un giornalista lavora invece come guardiano notturno. “Che vuoi fare… Dopo la laurea, più di un anno per trovare qualcuno che mi facesse fare il tirocinio da pubblicista, poi, due anni di tirocinio senza stipendio… Finito quello, il lavoro in radio con un rimborso di duecento euro al mese… Il contratto a collaborazione con (un giornale, n.d.r.) prima di diventare pubblicista e poi, preso il tesserino, mi hanno licenziato… Adesso dovremo cominciare a pagarti, mi hanno detto, quindi ne prendiamo un altro che ancora non ha il tesserino…Poi un’agenzia di stampa, ma anche lì la stessa storia… Nel frattempo le spese aumentavano e la situazione in casa non era delle migliori, sai com’è… Ho due fratelli nelle stesse condizioni… Mio zio faceva il portiere, e dietro oliate e sviolinate a condomini ed amministratori é riuscito ad infilarmi in un condominio, a patto che rinunciassi all’appartamento di servizio…Che ti devo dire? Meglio di niente… Mi scoccia solo per i sei anni di università ed i quattro di peripezie varie, se lo avessi saputo prima,sarei andato a lavorare appena finito il liceo, almeno ora avrei dieci anni di contributi!” Questa è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Ho chiuso la vecchia agenda e l’ho gettata in un angolo. Se questa è la fine che ha fatto una promettente ( a detta dei professori) classe di liceo di fine anni ’90, ho il terrore di sapere cosa potrà accadere ai più giovani che, magari, il liceo non l’hanno ancora finito. Quello che non capisco è, se non si riesce a trovare il modo di mettere ragazzi, ormai lavorativamente non più giovanissimi, in condizioni tali da avere un minimo di soddisfazione a fronte dei tanti sacrifici fatti in anni di studio, di stage non retribuiti, di tirocini o magari solamente di fedeltà ad un’azienda, su quali fantomatiche basi dovrebbe poggiare la strada per uscire, seppur pian piano, da questa benedetta crisi?

Andrea Mariani