Benedetto XVI: una rinuncia che esalta l'autorità

Testimonianza - autore: Giuseppe Luca - pubblicazione del: 18-02-2013

Giuseppe Luca
Chi ha seguito il Papa durante i riti del Mercoledì delle Ceneri, avrà notato come la tristezza del card. Comastri, che spargeva le ceneri sui capelli bianchi, sembrava in antitesi con la serena compostezza del vecchio Pontefice lucido e consapevole dello storico gesto compiuto.
Le poche parole per ricordare ai presenti quanto deciso in piena libertà pochi giorni prima e l’invito alla conversione per aiutare la Chiesa ad affrontare uno dei momenti più inquietanti della sua storia, hanno esaltato ancora di più la sua limpida figura di uomo di fede e la sua statura umana.
Ma davvero le banalità, i travisamenti, le interpretazioni frettolose e fuorvianti che ci hanno offerto i mass-midia o da noi ipotizzate, sono le uniche ed esaustive spiegazioni?
A nostro avviso il Papa ha rinunciato al ministero di Vescovo di Roma solamente perché, dopo avere “ripetutamente esaminato la coscienza davanti a Dio, è pervenuto alla certezza di non avere più le forze per esercitare il ministero petrino e amministrare la Chiesa di fronte alle grandi sfide per la vita della fede”.
E questo è stato possibile perché, come lo stesso Pontefice più volte ha affermato, “dall’amore di Cristo è nata la Chiesa e l’autorità significa servire Gesù e quindi mettersi a disposizione e al servizio dei fratelli. Nella Chiesa nessuno è padrone ma tutti sono chiamati, tutti sono inviati da Cristo”.
A ben riflettere, questa decisione, definita dal nostro Presidente della Repubblica “un gesto di straordinario coraggio e di straordinario senso di responsabilità” è anche una testimonianza della necessità, nell'esercizio dell’autorità, di un responsabile spirito di servizio.
Se per il Papa e i cristiani “ogni autorità viene da Dio” (Rm 13, 1), per un laico dallo “status” e dal ruolo che ciascuno esercita.
Quanti, perciò, esercitano un’autorità (politici, genitori, educatori, manager…) non sono “padroni” del “potere” che ne deriva ma solo delegati a esercitare il loro ruolo nella logica del mandato ricevuto.
Dove sono, oggi, gli uomini di potere disposti a lasciare volontariamente posto e onori o, se costretti da circostanze ineluttabili, ad allontanarsi a “testa alta” senza mestizia? \
In un mondo ove regnano indisturbati il caos, la confusione, il ladrocinio e la spudoratezza, è possibile affermare con serietà il concetto di autorità delegata?
Se si considera, ancora, che il “potere” dell’autorità non è a vita, non è personale, non è ereditario ma è uno status che se esercitato come servizio diventa pesante, dovrebbe essere non solo utile ma a volte doveroso “passare la mano” se le difficoltà incontrate impediscono il raggiungimento degli obiettivi.
Da “augere” l’autorità deve far “crescere” come il lievito (che significativamente in dialetto siciliano è detto "cruscenti" o "criscenti") e si riferisce soprattutto a una funzione creativa e di guida e non implica dunque privilegi, e ancor meno dominazione ma piuttosto, missione e servizio.
Pensando alla scuola come centro di verifica esperienziale, luogo privilegiato di apprendimento e formazione, laboratorio di ricerca, ogni operatore scolastico dovrà trovare, nella diversità e pluralità dei ruoli, il modo migliore per esaltare l’autorità delegata dai genitori e dallo Stato mettendo la propria "autorità" al servizio di ogni studente e di tutta la comunità scolastica.
Giuseppe Luca, pippo.luca@alice.it , Direttore Responsabile della “ Letterina”
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