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La stampa italiana e l'Egitto in rivolta: il J'accuse di una giornalista specializzata in Medio-Oriente

Mi verrebbe da riprendere la parola che da anni gira per le strade del Cairo: Kifaya (Basta). Ne ho abbastanza. Sono giorni che leggo la stampa italiana sull’Egitto, e giorni che m’imbatto in articoli catastrofisti. Di quelli: se cade Mubarak sono guai per noi. O meglio, per l’Occidente. O meglio, per quell’ambiente artificiale che avevamo creato: una specie di resort, di albergo a cinque stelle politico, in cui gli altri sono solo i camerieri che ci devono servire cocktail a bordo piscina. Senza nome, senza faccia. Invisibili. Ops, ma i camerieri si sono ribellati! Quel dommage. Ma come… Ops, sono esseri pensanti, e magari hanno anche pensieri politici. Parlano di libertà, democrazia, dignità. Ops, ma allora non hanno solo fame perché lì, in quegli alberghi a cinque stelle gli danno uno stipendio da fame. E allora, ora, che succede?

Ho letto che Hosni Mubarak è un moderato. Anzi, è il campione dei moderati. Ho letto che Omar Suleiman ci ha salvato dai Fratelli Musulmani. Ho letto che l’”intifada di Baradei” è “nemica dell’Occidente”. Che “ora il rischio è un secondo Iran”. Addirittura che se cade il rais è “l’inferno terrorista”. Ops, non me n’ero accorta. E’ strano, però. Perché è da dieci anni che frequento l’Egitto. Ho vissuto per anni al Cairo, ho amici egiziani, ci torno perché sono una giornalista, un’analista, ci ho anche scritto un libro sopra, e poi una parte del mio cuore è lì. Eppure non mi sono mai accorta che Hosni Mubarak fosse un moderato. Né mi sono mai accorta che la concezione sunnita della politica sia simile a quella sciita. Non mi consta che ci sia un clero così solido come quello sciita, che dunque può governare l’Iran. Mi consta, invece, che nel sunnismo non ci sia gerarchia, e che già solo per questo il paragone con l’Iran e la rivoluzione khomeinista sia totalmente improprio. Se mai ci può essere un paragone, quello sì, è tra Hosni Mubarak e lo scià Reza Pahlavi, entrambi sostenuti e foraggiati dall’Occidente in generale, e dagli Stati UNiti in particolare…

Ah, non mi sono neanche accorta che l’opposizione a Mubarak fosse fatta da terroristi. Che strano… Eppure io gli oppositori li ho incontrati. Mi pregio di essere amica di Alaa al Aswani. Ho incontrato intellettuali egiziani che vivono all’estero, intellettuali egiziani che si sono subiti censura e attacchi in Egitto. Ho incontrato giovani (blogger o meno) laici, islamisti, di sinistra, senza colore politico, musulmani e copti. Ragazzi e ragazze. Ho amici nella media borghesia, tra i professionisti, tra i figli dell’èlite (dell’èlite, sì…), tutti contro il regime. Conosco figli del popolo, artigiani, poveri, pieni di dignità e rispetto per gli altri. Non mi davano idea di essere dei terroristi, eppure – chissà perché – erano tutti contro Mubarak anni fa, e lo sono ancora di più adesso. Volevano e vogliono da tempo, inascoltati, trasparenti, invisibili, poche cose: pane e rose, futuro, dignità, libertà di espressione, libertà di voto, democrazia. Libertà dalla paura, soprattutto. Ah, già. La paura, il controllo della polizia, il controllo dei servizi di sicurezza. Onnipresenti. Presenti nel controllare i telefoni (molto probabilmente anche il mio), nel sapere tutto di tutti, nel costruire una rete di informatori infinita, pagata qualche soldo. Il sistema, per chi non lo sapesse, è stato creato da Omar Suleiman, ora vicepresidente. Lo stesso Suleiman che oggi, per esempio, Amnesty International accusa delle extraordinary rendition.

Vogliamo parlare di tortura, abusi, maltrattamenti, morti per pestaggi e torture nel paese campione del moderatismo arabo? Vogliamo parlare dei ragazzi prelevati e portati chissà dove, delle torture subite nelle stazioni di polizia (è chiaro, adesso, perché le hanno bruciate)? Spero che a nessuno dei soloni che sproloquino senza aver mai visto l’Egitto vero, tocchi l’esperienza di essere arrestato e portato in una stazione di polizia egiziana. Ci sono racconti non proprio edificanti, del moderatismo del regime di Hosni Mubarak. Li hanno scritti e pubblicati, da anni, tutte le associazioni per la difesa dei diritti umani, dentro l’Egitto così come a Londra e a New York. Non potevamo dire, insomma, che non sapevamo quello che stesse succedendo dentro il paese guidato dal campione del moderatismo. E se abbiamo voltato la faccia dall’altra parte, guardando il mare di Sharm invece di guardare la faccia dei camerieri, è solo ed esclusivamente colpa nostra.

dall'articolo di Paola Caridi
Fonte: http://invisiblearabs.com

Le motivazioni con cui Saviano dedica laurea a magistrati Boccassini, Sangermano e Forno

"Dedico questa laurea ai magistrati Boccassini, Sangermano e Forno che in questi giorni stanno vivendo giornate complicate solo per aver fatto il proprio lavoro". Lo ha detto, ieri, Roberto Saviano al termine del suo intervento dopo aver ricevuto la laurea 'honoris causa' in Giurisprudenza all'Università' di Genova.
"Il compito dell'intellettuale in queste ore è dire che non siamo tutti uguali, non facciamo tutti le stesse cose. Non si tratta di essere superiori, per niente, ma diversi". Lo ha detto Roberto Saviano durante il suo intervento nell'aula magna dell'Università di Genova che gli ha conferito la laurea ad ad 'honorem' in Giurisprudenza. "Tutti abbiamo debolezze, contraddizioni, errori ma diverso è il crimine, il ricatto, la corruzione. Questa diversità' è il pericolo vero. L'obiettivo continuo di molta parte dei media è dimostrare che siamo tutti sporchi e quindi tutti dobbiamo stare zitti. Bisogna stare attenti. Oggi il gossip è rischioso le storie che raccontiamo riguardano le inchieste, il gossip è quello che ne deriva dopo. E' un modo per dire facciamo tutti schifo, quindi non ci giudicate. Il nostro compito è discernere, ovunque siamo, con i figli a tavola, nei bar, capire la differenza. La deriva più grande è pensare che vivere onestamente sia inutile e questa inutilità arriva quando si arriva a questa disperazione che è indotta: facciamo tutti schifo, siamo tutti uguali".

Fonte: http://affaritaliani.libero.it

Adico sul canone Rai: il numero telefonico per informazioni non è gratuito come indicato

Facendo zapping tra i canali RAI, in questi giorni è facile imbattersi, per esempio all'interno del TG, nello spot che avvisa della scadenza per il pagamento del canone RAI.
Chi vuole informarsi sulle modalità di pagamento è invitato a visitare un sito Internet oppure chiamare un numero telefonico. Peccato che quello che viene spacciato per numero verde è in realtà un 199, un numero a pagamento – avverte l’ADICO – si tratta infatti dell’ 199 123 000.
Componendo quel numero un messaggio ci informa che "Il costo della telefonata è a carico del chiamante ed è, su tutto il territorio nazionale, pari ad un importo massimo di 14,26 centesimi di euro al minuto, comprensivo di iva, dal lunedì al venerdì dalle ore 8,00 alle 18,30 e il sabato dalle ore 8,00 alle ore 13,00. Nelle rimanenti fasce orarie il costo del servizio e' di 5,58 centesimi di euro al minuto. Per le chiamate da rete mobile il costo e' compreso tra 24,17 e 48,00 centesimi di euro al minuto con uno scatto alla risposta compreso tra 12,38 e 30,00 centesimi di euro a seconda dell'operatore mobile di accesso."
Per questa vicenda sono molti i consumatori incavolati che si sono rivolti all’ADICO in questi giorni – spiega il presidente dell’ADICO, Carlo Garofolini – lamentando l’ingiustizia di un servizio di informazione volto più a lasciare in attesa le persone per spillargli soldi che dare informazioni.

(Fonte: Adico)

Inghilterra: papà e mamma con uguali diritti per permessi di maternità

Il Regno Unito si appresta a battere una strada innovativa. Le famiglie valuteranno se spetterà alla donna o all'uomo chiedere la licenza o di maternità o di paternità per un periodo massimo di dieci mesi. I neo-padri avranno così la possibilità di affiancarsi alle mogli nel primo periodo post parto poi di ottenere l'estensione del permesso nel caso in cui la mamma opti per il rientro in ufficio.
In Inghilterra la vecchia regola: la donna a casa, l'uomo al lavoro, sta per essere archiviata. Pari diritti e pari opportunità per i genitori.
Il premier David Cameron, del resto, lo ha già dimostrato nell'agosto scorso. Quando gli nacque Florence Rose Endellion annunciò che per una quindicina di giorni si sarebbe occupato di biberon, pannolini e ninna-nanna, dimenticandosi di politica, vertici internazionali, economia.
La questione ora viene presa di petto anche a costo di provocare non poco disappunto nelle associazioni imprenditoriali. I laburisti avevano introdotto la licenza di paternità, senza alcuna decurtazione in busta paga, limitandola però alle due settimane.

(Fonte: il corriere.it)

La Francia, campione europeo della natalità

La Francia è il paese dell’Unione europea con la più alta natalità: 1,99 bambini per donna (dati 2009). A titolo di paragone, i paesi del sud dell’Europa, Italia compresa, sono a 1,4. Questo dato contrasta con il risultato di un recente sondaggio europeo, dove i francesi figuravano come i “più pessimisti” dell’Unione. Il record di natalità ha luogo anche se l’età del primo bambino si è alzata: 25,3 anni per le non diplomate, 28,3 anni per chi ha il bac (il diploma di maturità) e 30 anni per le laureate. Le francesi nate fuori dalla Francia (immigrate o dei Dom-Tom: Dipartimenti e Territori d’oltre mare ) hanno un tasso di fecondità soltanto leggermente più alto della media, dato che sfata il preconcetto dell’ “invasione”.
La natalità francese è in ottima salute, mentre il matrimonio tradizionale è in netta crisi. Nel 2009, sono stati celebrati 250mila matrimoni e l’età media, per le donne, è salita a 30 anni. Successo, invece, del Pacs: queste unioni nel 2009 sono cresciute del 20%, dopo essere aumentare del 43% nel 2008. Sulle 175mila coppie che si sono “pacsate” nel 2009, il 94% erano eterosessuali, mentre il Pacs, nato nel ’99 tra forti polemiche, era stato in primo tempo pensato per le coppie omosessuali.

Fonte: www.ilmanifeso.it

La Cassazione boccia la Sacra Rota: annullamenti matrimoni a volte troppo facili

La Cassazione ha accolto il ricorso di una signora veneta il cui matrimonio era stato annullato dalla Sacra Rota nel marzo del 2001 per assenza di figli e avvallata da una decisione della Corte d'Appello di Venezia. La sacra rota aveva pronunciato la sua sentenza a motivo del rifiuto della procreazione sottaciuto da un coniuge all'altro. Contro questo verdetto ha fatto ricorso con successo in Cassazione la signora M. R. sostenendo che, alla luce della «convivenza ventennale tra i coniugi» era impossibile che la donna avesse potuto simulare l'esclusione di uno degli elementi importanti del matrimonio.
Va precisato che le sentenze ecclesiastiche sul matrimonio, per avere efficacia nel nostro Paese, devono essere riconosciute dal giudice italiano.
Commentando la sentenza della Corte di Cassazione il presidente nazionale dell'Associazione Avvocati Matrimonialisti Italiani, avv. Gian Ettore Gassani, ha detto: ”Basta con le disinvolte ed incontrollate scappatoie. Finalmente la Cassazione prende in via definitiva una posizione storica perchè mira a bloccare il disinvolto aumento dei riconoscimenti, da parte dei giudici italiani, delle sentenze ecclesiastiche di dichiarazione di nullità dei matrimoni.
Il motivo di tale decisione deriva dalla necessità di evitare che il ricorso alla giustizia ecclesiastica possa tradursi in una disinvolta ed incontrollata scappatoia finalizzata all'ottenimento dello stato libero in tempi rapidissimi che nulla hanno a che vedere con il significato sacramentale del matrimonio e delle reali cause che possano determinarne la dichiarazione di nullità".
Va fatto presente che il papa stesso ultimamente aveva tirato le orecchie alla sacra rota invitandola ad essere più severa nella concessione degli annullamenti.

(Fonte: il messaggero.it)

Indagine Adoc sugli sprechi alimentari: quanto e cosa ogni anno finisce nel cassonetto

Restano alti gli sprechi alimentari delle famiglie italiane, ma rispetto al 2009 si registra un calo del 13,4%. A comunicarlo è l'Adoc che ha tracciato un bilancio degli alimenti che nel 2010 sono finiti nel cassonetto, con uno spreco pari a circa l'8% della spesa totale che in termini monetari corrisponde in media a 454 euro a famiglia. Rispetto al 2009 quando a finire nella spazzatura erano stati 515 euro, nell'anno appena trascorso le famiglie hanno risparmiato 61 euro, ma gli sprechi rimangono comunque troppo alti. L'indagine Adoc sottolinea che quelli più a rischio sono i prodotti freschi, infatti nel totale del cibo buttato questi pesano per un 35% evidenziando una scarsa attenzione e leggerezza dei consumatori nell'acquistare alimenti che vanno consumati entro pochi giorni. Quelli più sprecati sono il pane (19%), la frutta e la verdura (16%); salgono poi gli sprechi dei prodotti in busta e degli affettati, in aumento del 2% . Il motivo principale per cui si spreca è l'aumento di acquisto generico e di prodotti non necessari. L'Adoc sottolinea poi che il problema è incrementato dalle modalità di vendita dei prodotti al dettaglio, negli esercizi commerciali si adottano sempre più strategie mirate a rendere più allettante un prodotto contribuendo così a rafforzare le cattive abitudini dei clienti. I prodotti sono sempre più oggetto di campagne pubblicitarie martellanti che incrementano un acquisto certo non basato sul bisogno e nei punti vendita, specialmente in quelli più grandi, strategie di marketing accompagnano ormai quasi tutti i prodotti: regali in allegato per stimolare soprattutto l'attenzione dei più piccoli, offerte promozionali che con l'illusione di risparmiare ci spingono a comprare un prodotto di cui non abbiamo realmente bisogno o di cui non necessitiamo in quantità così ingenti come quelle utili a far scattare la promozione (vedi 3x2). Un altro problema sono le confezioni che troppo spesso non tengono conto, al contrario di quanto ci si dovrebbe aspettare da studi di mercato così approfonditi, ma sicuramente mirati più al profitto che al risparmio, dei cambiamenti dei nuclei familiari nella società. Pochi sono i prodotti monoporzione rispetto al crescente aumento di nuclei familiari singoli. Per evitare di cestinare il cibo occorre solo attenzione e un po' di fantasia; basterebbe comparare l'essenziale, mirando alla qualità più che alla quantità, riutilizzare gli avanzi per preparare altri piatti, acquistare meno e con più frequenza in modo da rispondere ad esigenze reali.

Fonte: dirittisociali.org

Pericolo di corsi non autorizzati per operatore socio sanitario

La Regione Sicilia, con il Decreto 1328/2010, ha fatto finalmente chiarezza, riordinando in maniera organica ed univoca l’istituzione dei corsi di formazione Oss (operatore socio- sanitario). L’assessore regionale alla Sanità, Massimo Russo, recentemente ha pure divulgato chiarimenti in merito all’illegittimità degli attestati rilasciati da Enti non specificati nel decreto; attestati non riconosciuti dalle pubbliche amministrazioni, ma solo dagli enti privati”. A dichiararlo sono i coordinatori regionali del Migep (Associazione delle professioni infermieristiche e tecniche), Calogero Firenze e Concetta Sena, che invitano “quanti sono interessati a partecipare ai corsi Oss in Sicilia, in particolare in provincia di Enna, a verificare che siano avviati da Enti indicati nel Decreto regionale, o che siano registrati presso il Ministero della Salute come organizzatori di Ecm (Educazione continua in medicina) ed accreditati presso l’Assessorato regionale del Lavoro”. “Per operare all'interno delle strutture pubbliche socio-assistenziali, socio sanitarie e sanitarie –sottolineano Firenze e Sena-, nonché per la partecipazione a concorsi pubblici, il titolo si consegue esclusivamente frequentando percorsi formativi approvati dall'Amministrazione Regionale a seguito di specifici Avvisi/Bandi, realizzati da Enti accreditati. La formazione degli Oss –proseguono i due coordinatori regionali- fino ad ora è stata in una fase di disorientamento generale e si è diffusa in modo disomogenea, il più delle volte incompleta e non aggiornata allo stato attuale della realtà sanitaria e sociale del nostro Paese. Riteniamo che i percorsi di formazione, organizzati a livello regionale, ma anche da organizzazioni private, non debbono avere il solo obiettivo di fornire agli iscritti il maggior numero di concetti nel minor tempo possibile, magari senza essere arricchiti da uno stage o da un tirocinio pratico, che invece sono fondamentali; c'è da sottolineare, inoltre, che i corsi organizzati da strutture private, a fronte di una spesa onerosa, non sono spesso spendibili al di fuori di queste stesse strutture, risultando, quindi, inutili nell'ambito pubblico”.

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Altroconsumo: la spesa alimentare biologica costa il doppio di quella tradizionale

La spesa bio costa quasi il doppio rispetto a quella tradizionale. Lo ha scoperto Altroconsumo, facendo la stessa spesa in un negozio tradizionale (Esselunga) e in uno specializzato in prodotti bio (Natura sì). Diversi i prodotti acquistati: frutta e verdura, pasta e passata di pomodoro, biscotti, succhi di frutta e latte, olio e dadi da brodo. Le differenze di prezzo tra i singoli prodotti vanno dal 13% in più per le arance tarocco bio a quasi il 200% in più per i dadi da brodo (costano quasi il triplo). Da Natura sì il pane e i cracker costano il doppio rispetto a quelli acquistati all'Esselunga. Le zucchine il 130% in più, le carote l'80% in più come l'olio. Alla fine alla cassa dell'Esselunga Altroconsumo ha pagato 30,21 euro contro 54,38 euro di Natura sì. Una differenza di 24,17 euro, cioè l'80% in più.

Fonte: www.guardiacivica.it

I dati della Camera di Commercio: l'apporto dei migranti è indispensabile

Sono di pochi giorni fa i dati elaborati dalla Camera di Commercio di Milano sui dati del registro delle imprese nel terzo trimestre del 2010. E ancora una volta confermano il ruolo essenziale degli stranieri nella nostra economia e per la società italiana: senza l'apporto delle imprese aperte da cittadini stranieri l'Italia sarebbe in perdita. Negli ultimi 10 anni il sistema produttivo, secondo le stime della CCIAA di Milano, al netto dei migranti presenta 285 mila imprese in meno. Infatti il 62% delle nuove imprese nate in Italia negli ultimi 10 anni sono state aperte da cittadini stranieri. Per un numero totale che è pari a 455 mila nuove attività.
In tema di ripartizione regionale sarebbero in rosso 8 regioni (Piemonte, Liguria, Emilia Romagna, Basilicata, Puglia, Sicilia, Marche e Veneto) e ben 26 Provincie (Ravenna, Imperia, Treviso, Rovigo, Prato, Pesaro e Urbino, Chieti, Caltanisetta, Bologna, Mantova, Verbano Cusio Ossola, Macerata, Forlì-Cesena, Arezzo, Savona, Catania, Vicenza, Vercelli, Piacenza, Ancona, Ascoli Piceno, Cremona, Benevento, Grosseto, Pistoia e Bari).

Stando ai dati, il commercio è sicuramente il settore nel quale l'apporto dei migranti è stato più rilevante: in assenza delle nuove imprese avrebbe registrato in dieci anni una contrazione del 2,2%, che invece si trasforma in un +5,2% grazie alle imprese commerciali aperte dagli stranieri. Milano risulta essere la città in Italia con più imprese etniche (circa 40mila), seguita da Roma (circa 36mila) e Torino (oltre 21mila). A livello provinciale, spicca l'incidenza delle imprese a Prato, Roma e Firenze.

Fonte: dirittisociali.org

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