agricoltura

Il boom dell'acquisto diretto dal contadino: ecco cosa sono i farmer's markets

Nati in America, agli inizi del 2000, i farmer’s market sono l’attuale remake dei vecchi mercatini rionali dove i produttori portavano le loro primizie in piazza, per venderle direttamente ai consumatori del luogo. Una buona pratica che arriva dal passato e che è stata riscoperta per varie ragioni che vanno dall’economia alla qualità, passando dalla biodiversità.

In questi contesti i produttori agricoli possono vendere direttamente i prodotti locali di stagione facendo riscoprire la vita dei campi e il mondo rurale, nel pieno rispetto dell’ambiente. Grazie al concetto di “filiera corta”, la merce viene trasportata una volta sola con un notevole risparmio di carburante e CO2 in atmosfera.

In Italia, i Farmer’s Market sono nati ufficialmente nel 2007, grazie alla Legge Finanziaria del 2007 che promuove lo sviluppo dei mercati degli imprenditori agricoli a vendita diretta. La realtà maggiormente diffusa nel nostro Paese è quella di Campagna Amica (sigla MCA), un progetto legato a Coldiretti a cui gli agricoltori posso scegliere liberamente di aderire e che risponde a un preciso regolamento disciplinare volontario, che prevede:
- che i produttori interessati ai mercati agricoli (farmer’s market) si associno per la realizzazione delle attività di vendita;
- che la vendita avvenga con un preciso controllo dei prezzi praticati (meno 30 per cento sui prezzi giornalieri rilevati dal sistema SMS consumatori);
- che l’associazione per la gestione del mercato controlli i requisiti di ciascun produttore.

Fonte: greeme.it

Frutti di stagione: la melagrana, se è italiana è coltivata naturalmente

Ottobre è il mese in cui è matura la melagrana (o granata), il frutto del melograno, frutto che in Italia è presente ovunque (dalle rosse fuoco della collina di Torino alle ottime di Pachino in Sicilia), anche se nessuno la pratica in maniera intensiva o “industriale”. Per questo, se il prodotto è italiano, avremo la certezza che non sia stato trattato con prodotti chimici e sia completamente naturale. In Europa invece esistono alcune coltivazioni intensive, che danno le melagrane che poi si trovano più facilmente nei nostri supermarket. Ma ora, in stagione, al mercato non è difficile trovarne di autoctone, che non saranno soltanto più sane ma anche molto più buone, perché le varietà italiane (su tutte la “Dolce Nostrana”) sono le più gustose.

Il coreografico frutto si coglie prima che si apra per lasciar cadere i semi e, non essendo una coltivazione industriale (in Italia), si può anche comprare con rami e foglie attaccati: non a caso è spesso usato per scopi ornamentali.

Fonte: slowfood

Cresce quasi solo l'economia verde

Duecento assunzioni nel giro di un anno non risolvono di certo il problema della disoccupazione, ma indicano una strada. Se l'Italia vuole riprendere a crescere (possibilmente in maniera sostenibile), esportare tecnologia e porre argine alla fuga di cervelli, la via da percorrere è quella della ricerca e della green economy.
Sono ormai mesi che analisi sulle potenzialità occupazionali della green economy vengono pubblicate a ritmo periodico. Tra le ultime, quella sfornata dall'apposita task force di Confindustria sulla possibilità di ottenere, da qui al 2020, 1,6 milioni di unità di lavoro nel solo settore dell'efficienza energetica. Non a caso il tema è uno dei punti inseriti nel manifesto per la crescita 1 recapitato al governo dagli industriali.
Un altro studio, questa volta realizzato da Unioncamere e Symbola, stima invece che il
30% delle piccole e medie imprese punta su scelte connesse a vario titolo alla green economy, con una percentuale che sale nelle imprese che esportano (33,6%), che sono cresciute economicamente anche nel disastroso 2009 (41,2%).
Alle start up create dall'economia sostenibile vanno poi aggiunte le vecchie aziende (e i loro lavoratori) salvati dalla riconversione ambientale. Una strada, quella della riconversione green, che per molte imprese in crisi è diventata ormai l'ultima e unica carta da giocare, come hanno scoperto amaramente sulla loro pelle gli operai della ex Isi-Electrolux di Scandicci. Il gruppo Easy Green era pronto a rilevare lo stabilimento, ma alla fine l'accordo è saltato perché i nuovi arrivati garantivano il mantenimento dell'occupazione solo per i 260 addetti del settore rinnovabili.
Ma la cosa forse più straordinaria è che questi numeri vengono realizzati malgrado l'assenza quando non addirittura l'ostilità di certa politica.

(Fonte: repubblica.it)

Manifestazione all'Ufficio Europeo dei Brevetti di Monaco contro la registrazione di specie vegetali come invenzioni

"Nessun brevetto sui semi": Con questo slogan centinaia di agricoltori e ambientalisti hanno manifestato il 26 ottobre davanti alla sede dell'ufficio europeo per i brevetti (Epo) a Monaco di Baviera per chiedere la fine di una pratica in contrasto con le stesse normative comunitarie. La nuova frontiera dell'industria agroalimentare è la brevettabilità di specie vegetali conosciute da secoli dall'uomo, per assicurarsene l'esclusiva. Per utilizzare le piante i coltivatori saranno invece costretti a pagare le royalty al detentore dei diritti, di norma multinazionali come Monsanto, Dupont, Syngenta, Bayer, con un conseguente aumento del prezzo dei generi alimentari.
“L'Epo sta andando oltre il proprio mandato riconoscendo brevetti che non sono ammessi dalla stessa Unione europea”, ha spiegato Riccardo Bocci, rappresentante della Rete semi rurali e consulente della campagna Sblocchiamoli, “Secondo una direttiva europea le varietà vegetali, come il pomodoro sammarzano, non si possono brevettare, sta invece accadendo il contrario”. Nel 2010, è emerso da uno studio della rete No patents for seeds, sono state registrate oltre 200 specie vegetali, sia geneticamente modificate sia convenzionali.

Fonte: sblocchiamoli.org

Terre dello Stato: un tesoro da 6 miliardi

C'è un grande latifondista, in Italia: lo Stato. Secondo i dati del censimento dell'agricoltura svolto l'anno scorso, risulta proprietario di 338.127,51 ettari di terreno coltivabile, in termini tecnici Sau, superficie agricola utilizzata. La Coldiretti, fatta questa scoperta, ha subito presentato una proposta: vendete questa terra ai contadini, servirà anche a permettere l'accesso alle campagne a nuovi agricoltori, soprattutto giovani. E lo Stato, in cambio, incasserebbe una bella cifra: 6 miliardi e 221 milioni di euro. Proposta che, con i chiari di luna della finanza pubblica, è stata subito accettata - almeno a parole - dal discusso ministro all'Agricoltura Saverio Romano. "La accolgo immediatamente e domani la porto già confezionata a Berlusconi".
"La disponibilità di quasi 400.000 ettari - dice il presidente della Coldiretti, Sergio Marini, al Forum internazionale dell'agricoltura e dell'alimentazione - permetterebbe di abbassare i costi del terreno, principale ostacolo all'ingresso dei giovani in agricoltura. L'Italia ha un bisogno drammatico di terra per uso agricolo perché negli ultimi quarant'anni sono andati persi quasi 5 milioni di ettari di superficie coltivata, pari a due volte la Regione Lombardia". La cifra di 6,2 miliardi viene ottenuta stimando una media di 18.400 euro per ettaro. Ma le differenze sono altissime: con 1.000 euro si può comprare un ettaro di pascolo nella provincia di Catanzaro ma se si vuole diventare padroni di un ettaro di vigneto in Toscana o meleto in Alto Adige, bisogna sborsare da 500.000 a 1milione di euro. Al Nord la terra costa il doppio rispetto al Sud, in pianura il triplo rispetto alla montagna. La campagna italiana costa comunque più cara di quella francese e tedesca ed è più a buon mercato solo rispetto alla Danimarca e all'Olanda.

(Fonte: repubblica.it)

L’India accusa Monsanto di biopirateria

L’India ha citato la Monsanto per biopirateria accusandola di sottrarre piante indigene per sviluppare versioni geneticamente modificate, senza garantire compensi o risarcimenti alla popolazione locali (o allo Stato stesso) detentrici del patrimonio di biodiversità.
E’ la prima volta che un Paese denuncia una multinazionale per biopirateria.

Essendo una delle nazioni con più agrobiodiversità del pianeta, l’India è diventata il bersaglio preferito delle compagnie del biotech come Monsanto e Cargill. Queste multinazionali stanno facendo incetta di piante, le cui caratteristiche uniche sono state selezionate e sviluppate nell’arco di migliaia di anni dai contadini locali, modificandone l’impianto genetico e vendendole con il loro brevetto.

La controversia mossa dalla National Biodiversity Authority of India (NBA) è basata sull’accusa dell’Environment Support Group (ESG) di Bangalore, il quale sostiene che gli sviluppatori della Monsanto hanno violato l’India’s Biological Diversity Act del 2002 avendo utilizzato varietà di melanzana locale per crearne un tipo geneticamente modificato senza l’approvazione della NBA.

Mentre la Monsanto ha negato ogni responsabilità, la Maharashtra Hybrid Company di Mumbai, di cui la Monsanto detiene del 26%, ha respinto le accuse asserendo di aver solamente incorporato il gene Bt nelle varietà fornite dalla University of Agricultural Sciences di Dharwad dello Stato Karnataka e di non aver rivendicato nessuna royalty sulla pianta.

Fonte: slowfood.it

Segue da "Apicoltori a Torino in sciopero della fame contro i neonicotinoidi"

Torino 20 luglio 2011

Documento letto in sede di audizione e consegnato al Presidente del Consiglio Regionale Valerio Cattaneo.

Oggi abbiamo organizzato un presidio per invocare il “Principio di Precauzione” affinchè
la Regione Piemonte prenda la decisione di vietare i NEONICOTINOIDI e si faccia
promotrice presso il Ministero della Salute affinchè tale divieto sia esteso a tutta Italia.
I NEONICOTINOIDI sono insetticidi sistemici neurotossici (gli insetticidi sistemici, a
differenza di quelli che agiscono per semplice contatto o ingestione, entrano nella linfa
della pianta e ci rimangono per moltissimo tempo) che oltre a danneggiare l’apicoltura
devastano l’ambiente e ci sono fortissimi dubbi che possano danneggiare anche l’uomo.
Per tutti vale l’allarme lanciato dall’Istituto Superiore della Sanità con un documento di
due ricercatori in cui si dice che i neonicotinoidi, in particolare il Thiamethoxam potrebbero avere effetto sugli uomini in quanto sono “interferenti endocrini”, poichè il recettore bersaglio del veleno non è presente solo negli insetti, ma anche nell’uomo, contrariamente a quanto asseriscono i produttori dei neonicotinoidi. La stessa Syngenta
nella sua documentazione preliminare per l’introduzione del thiamethoxam documenta
l’aumentata insorgenza di tumori al fegato e altre anomalie nei mammiferi da laboratorio, ratti e cani, utilizzati per i test.

Questi documenti sono pubblici e disponibili nella loro versione originale anche sul sito
internet www.rfb.it/bastaveleni alla voce documenti scientifici.
Affinché si intraprenda finalmente un percorso di limitazione drastica dei veleni riversati
nell’ambiente, denominati FITOFARMACI e non VELENI per illudere la collettività e
trarre in inganno gli utilizzatori sulla loro vera pericolosità, chiediamo quindi di vietare
da subito quelli del gruppo dei NEONICOTINOIDI, tra i più pericolosi attualmente in uso,
con i cui effetti, come sempre avviene, dovremo fare i conti tra qualche anno.
Poiché il Ministero della Salute si appresta a reintegrare sul mercato i neonicotinoidi per
la concia del mais, sospesi fino ad ottobre, chiediamo alla Regione un fermo impegno
per impedirne il reintegro, trasformando anzi la sospensione del mais a definitiva ed
estendendo il divieto per tutte gli impieghi in agricoltura. Dove ci sono coltivazioni è
indispensabile che sopravvivano le api e gli altri insetti impollinatori. Non è ammissibile,
è fuori da ogni logica, che si possa credere che sia più importante la tutela degli interessi dei produttori di “fitofarmaci/veleni” in confronto a quella del rispetto degli equilibri naturali. In pochissimi giorni da quando abbiamo aperto le adesioni sul sito Internet, si è levato un grido di protesta da tutta Italia da parte di oltre 1600 persone, tra scienziati, ricercatori, professori universitari, medici, veterinari, farmacisti, non semplici e ottusi ambientalisti antiscientifici, preoccupati per il destino dei loro figli e nipoti. Si indignano rispetto a questa mancanza di precauzione adottata dai politici, che lasciano correre e non si appellano appunto a questo caposaldo del nostro ordinamento, che è il “Principio di Precauzione” .
Per chiarire meglio di cosa parlo desidero riportare, alla lettera, una delle premesse
della Commissione Europea sulla strategia da adottare in questi casi:

“I responsabili debbono essere pienamente consapevoli del grado d’incertezza collegato ai risultati della valutazione delle informazioni scientifiche disponibili. Giudicare quale sia un livello di rischio “accettabile” per la società costituisce una responsabilità eminentemente politica. I responsabili, posti di fronte ad un rischio inaccettabile, all’incertezza scientifica e alle preoccupazioni della popolazione, hanno il dovere di trovare risposte. Tutti questi fattori devono quindi essere presi in considerazione.”

Il nostro governo regionale, giustamente in prima fila per l’applicazione di un vero federalismo, provi ad applicarlo già ora, dimostrando nella pratica di voler essere davvero autonomo rispetto alla decisione del ministero che asseconderà invece le richieste delle lobby dell’Agrochimica, reintroducendo a novembre i concianti del mais.
Finora i politici piemontesi da noi sollecitati hanno sempre risposto che “non è di loro
competenza”, che “è una competenza del governo centrale”.
Questo significa fuggire dalle proprie responsabilità in quanto gli strumenti legislativi per
impedire questo disastro ci sono tutti (eventualmente ve li elenchiamo), basta decidere
di applicarli.

Sollecitiamo l’impegno del Presidente del Consiglio Regionale Dr. Valerio Cattaneo, a
fare quello che fece il suo predecessore Cota, quando nel 2004 insieme al governatore
Ghigo, decisero di distruggere i campi di mais OGM in base al principio di precauzione,
con l’obiettivo si salvaguardare quel patrimonio culturale, di immagine, della tipicità dei
nostri prodotti e quindi economico che possono contraddistinguere la nostra regione.
Quella coraggiosa decisione, la prima in Italia ed in Europa, aiutò i legislatori dei governi
europei a decidere per il divieto “precauzionale” di coltivazioni OGM.
Oggi quindi si tratta di prendere ancora una volta una decisione coraggiosa,
dimostrando di non avere, così come allora, nessun legame con gli interessi dei colossi
industriali che tentano di influenzare le scelte politiche.
Bandiamo da subito i neonicotinoidi dal nostro territorio, prima di dover assistere alla
catastrofe economica dettata dalle ormai certe informazioni scientifiche che certificano
la contaminazione dei prodotti dell’alveare da questi veleni.
Da moltissime analisi ufficiali già risulta questo inquinamento, anche dalle nostre, motivo della nostra disperata protesta e già noi non siamo più in grado di vendere i nostri prodotti attestando l’assenza di prodotti chimici: per favore, non aspettate oltre!

In questi giorni sono balzati alla cronaca i risultati degli studi scientifici condotti da una
equipe austriaca dove i neonicotinoidi si rintracciano addirittura già nel miele oltre che
nella frutta e negli ortaggi!
Vi preghiamo di non sottovalutare anche l’aspetto economico che questo inquinamento
causa: le alternative ai trattamenti chimici in questione ci sono.
Lo sanno perfettamente i responsabili dei servizi fitosanitari, e l’agricoltura biologica ne
fa uso da sempre, sopravvivendo e continuando a prosperare, producendo prodotti
ricercatissimi anche all’estero, nonostante non impieghi nessun prodotto tossico e dannoso come quelli impiegati nell’agricoltura convenzionale. Nel caso specifico della
nostra regione, legato alla lotta obbligatoria per la Flavescenza Dorata, i viticoltori
biologici, pur non impiegando i principi attivi chimici in questione, sono ancora lì,
esattamente nella stessa condizione dei loro colleghi convenzionali, anzi ci risulta che in
alcune importanti aziende piemontesi la situazione stia addirittura migliorando.

Quindi non è vero che non esistano alternative, la verità è che forse c’è anche chi NON
NE VUOLE TENERE CONTO!

Scompare l'agricoltura di medie e piccole dimensioni italiana

Il quadro che emerge dai dati provvisori del 6° Censimento generale dell’agricoltura dell'Istat, fotografa tendenze da tempo in atto nel settore, tuttavia l'istantanea dell'agricoltura italiana è a dir poco preoccupante.
Il bilancio della storia degli ultimi 10 anni del nostro sistema agricolo è decisamente negativo: perdita della superficie agricola utilizzata pari a 300 mila ettari, perdita di superficie aziendale totale pari a un milione e mezzo di ettari, nonché gravissima perdita del numero delle aziende, che si sono ridotte di circa un terzo (-32,2%). Numeri che non denunciano solo una radicale ristrutturazione del settore primario, ma che puntano il dito verso un vero e proprio abbandono delle zone rurali.

L'aumento (+44%) dell'estensione media delle superficie coltivate dalle aziende è in realtà causato da un allarmante fenomeno di concentrazione agevolato da politiche agricole comunitarie e a andamenti di mercati che hanno determinato l'uscita di un numero impressionante di piccole aziende dal settore. A essere maggiormente colpite da questa fuoriuscita forzata dal settore, sono le aziende medio piccole.

E la situazione è ancor più grave per la zootecnia. Con un crollo delle aziende dedite all'allevamento di quasi il 70% tra il 2000 e il 2010, i dati Istat testimoniano di un vero e proprio smantellamento dell'agricoltura mista che coniuga virtuosamente allevamento e coltivazione e di una sua sostituzione con un sistema basato su allevamenti intensivi e industrializzati e a forte concentrazione territoriale.

Fonte: aiab.it

G20 agricolo: contro la volatilità dei prezzi agricoli, l'istituzione di una "Rapid Response Forum"

Per fronteggiare il problema della volatilità dei prezzi agricoli e le ripercussioni annesse, il G20 agricolo da poco conclusosi a Parigi ha raggiunto quello che Le Maire, ministro dell'Agricoltura francese ha definito un "accordo storico". I ministri dell'Agricoltura dei Paesi che hanno preso parte al summit sono giunti ad un action plan che prevede l'istituzione di un "Forum di Reazione Rapida" finalizzato a "prevenire o attenuare le crisi mondiali dei prezzi alimentari".
In altre parole attraverso la condivisione dei dati sulla produzione e sui consumi nazionali, si cercherà di evitare i picchi dei prezzi degli alimenti primari per non lasciare spazio a fenomeni di speculazioni origine dell'instabilità dei mercati. L'implementazione nella sede della FAO di un sistema di informazione comune, l'Amis, permetter&agr ave; quindi un'azione più celere nella prevenzione di eventuali crisi. Secondo i ministri, questo organismo va visto come una sorta di consiglio di sicurezza agricolo la cui efficienza è legata alla volontà delle singole nazioni di regolamentazione trasparente dei mercati. Inoltre, al fine di nutrire una popolazione che si stima per il 2050 sarà di nove miliardi, il G20 agricolo punta su un aumento della produzione agricola mondiale migliorandone la produttività, e ponendosi come obiettivo un aumento del 70 per cento già entro l'anno. Ciò significa che se l'obiettivo finale del G20 agricolo è quello di garantire la sicurezza alimentare per tutti, fornendo alimenti sicuri e di qualità e al contempo contribuendo alla tutela dell'ambiente, è chiaro che, secondo il G20 agricolo, una politica "verde", deve essere finanziata adeguatamente, in modo da incentivare gli agricoltori all'acquisizione di tecniche moderne ed ecocompatibili con pagamenti diretti all'agricoltore tenendo conto delle dimensioni delle aziende e delle pratiche sostenibili.

Fonte: aiab.it

Studio Coldiretti: dall’agricoltura energia per sostituire il nucleare

Dalle campagne italiane è possibile ottenere nei prossimi dieci anni energia rinnovabile in grado di sostituire tre centrali nucleari con il diretto coinvolgimento delle imprese agricole e senza causare danni al territorio. È quanto è emerso nel corso dell’incontro promosso dalla Coldiretti a Venezia “Per una filiera agricola italiana e rinnovabile” sul futuro energetico dell’Italia dopo i risultati del referendum che ha respinto la costruzione di centrali nucleari nel paese.

Secondo lo studio presentato da Coldiretti, la produzione energetica potenziale complessiva dell’agricoltura al 2020 può raggiungere infatti 15,80 Mtep (milioni di tonnellate equivalenti petrolio). Si tratta della somma 4,3 Mtep prodotti attualmente dal settore, con i 11,50 Mtep che potenzialmente potrebbero aggiungersi nei prossimi dieci anni. Il risultato è un contributo pari all’8 per cento del bilancio energetico nazionale al 2020 (2,2 per cento attuale più la quota di espansione potenziale del 5,9 per cento). Sul piano ambientale, sviluppando le rinnovabili con il coinvolgimento diretto del mondo agricolo e senza causare danni al territorio, si potrebbero evitare emissioni pari a 26,37 milioni di tonnellate all’anno di anidride carbonica, con un impatto occupazionale al 2020 di poco meno di 100.000 unità.

Tuttavia, per attivare questo processo è necessaria un politica mirata, poiché lo sviluppo delle energie rinnovabili richiede - ha sostenuto la Coldiretti - la determinazione di puntuali criteri di bilanciamento. I principali strumenti, in questo senso, riguardano la definizione delle procedure autorizzative e la differenziazione dei livelli di incentivazione. È importante, allora, che la semplificazione sia effettivamente rivolta agli impianti di piccola taglia e che invece si continui a contrastare la diffusione dei grandi impianti fotovoltaici su suolo agricolo.

Sul piano degli incentivi, inoltre, è vitale che i decreti attuativi della recente riforma del settore rinnovabili (Dlgs 3 marzo 2011, n.28) vengano emanati con sollecitudine, superando quelli che sino ad oggi sono stati i fattori limitanti di uno sviluppo sostenibile ed equilibrato delle rinnovabili sul territorio nazionale (indifferenziazione delle tariffe, mancanza di premialità per l’efficienza energetica e per la maggiore sostenibilità economica e ambientale di impianti alimentati da biomasse di origine locale o provenienti da filiere corte). Importante - si è precisato - è anche sostenere lo sviluppo di sistemi e di tecniche complementari (come quelle per l’abbattimento dei carichi azotati a valle della produzione di biogas da reflui zootecnici) o innovative quali la produzioni di biocarburanti di nuova generazione, alla scala territoriale consona e senza impiegare ogm.

Fonte: coldiretti.it

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