comportamenti

Emergenza Educazione

A Roma, domani 24 ottobre 2011 dalle ore 17.30 alle 20, presso la Sala Protomoteca del Campidoglio, si terrà il Convegno “Educare gli Educatori”, durante il quale verrà presentazione il libro “Cari insegnanti, cari genitori, salvate i nostri figli” di Emilia Costa, Pasquale Romeo, Mariella Squillace, sarà presente l’Editore Armando, presenterà il giornalista dott. Massimo Lucidi. I temi del Convegno e del libro vertono sul tema dell’Educazione per fornire ai genitori ed agli insegnanti i mezzi necessari per poter ripristinare la funzione educativa che gli compete, promovendo la consapevolezza delle loro identità di educatore, la conoscenza delle problematiche relative al rapporto genitore/insegnante - figlio/alunno, secondo le fasi dell’età evolutiva. Ponendo inoltre l’accento sull’importanza dell’ascolto, della comunicazione e del dialogo anche per la prevenzione dei comportamenti a rischio.

Nasce la rubrica online su affettività e sessualità

"Una rubrica on line, 'SeSso é meglio per offrire uno spazio ai
giovani che li aiuti ad affrontare il tema della sessualità, insieme
alle domande ed ai problemi che questa genera negli adolescenti,
tramite uno spazio di counseling gestito sul portale da esperti medici
e psicologi".
Da un'indagine svolta dall'equipe di psicoterapeuti dell'Istituto di
Ortofonologia a Roma sul distacco tra affettività e sessualità,
condotta su un campione di oltre 1.600 ragazzi delle scuole medie e
superiori tra gli 11 e i 19 anni, risulta che per “7 ragazzi su 10 il
sesso è puro piacere. Infatti, circa il 70% dei giovani sostiene che
non é necessario essere innamorati per avere rapporti sessuali". Dato
confermato dal fatto che "circa il 50% degli adolescenti afferma di
essersi innamorato una sola volta e che, per la stragrande
maggioranza, é difficile parlare di amore: l'85% preferisce parlare di
amicizia". Insomma "si sentono pronti per gestire delle relazioni
intime, ma mettono alla porta la dimensione affettiva". (Elaborazione
da Dire Minori)

Ho letto molto attentamente il suo breve saggio, purtroppo la
problematica dell'intellettuale è molto più grande di quanto non
sembri. Ormai la cultura sta combattendo da anni una battaglia che
sembra persa in partenza, perchè purtroppo non è più spalleggiata da
una solida e corretta educazione. Come possiamo parlare di
intellettuali, se la maggior parte dei ragazzi di oggi non fa altro
che estasiarsi e correre dietro a miti fatti di carta?Come è possibile
far conoscere la bellezza di un dibattito, di un buon libro, se i
libri ormai vengono considerati come cose antiche e retrograde?Perchè
a loro si preferisce internet,le chat, facebook... visto come un nuovo
modo per comunicare senza in realtà comunicare realmente.
Come possiamo vedere uno spiraglio di luce in questo abisso, se i
genitori di oggi spingono i loro figli a seguire attentamente e con
passione il grande fratello, uomini e donne oppure li lasciano
ancora piccoli di fronte a cartoni animati diseducativi e
assolutamente violenti. L'intellettuale oggi deve fare i conti con
cose, che forse in passato erano più lievi e leggere, proprio perchè
non vi era la potenza di un mezzo come la televisione e questa gente
scorretta che pur di fare audience preferisce rimbecillire la gente
piuttosto che informala su cose reali e vere.
Non so se mai l'egemonia della cultura tornerà, si può solo continuare
a credere in essa nel nostro piccolo, ormai la cultura è divenuta come
una religione, e io suoi adepti sono molto pochi...Anche se in ciò non
dovrebbe mai prevalere il detto: Pochi ma buoni...
Oggi purtroppo è così, e ne stiamo pagando le conseguenze.
Io non mi ritengo un'intellettuale, forse perchè non lo sono realmente,
ma non faccio parte nemmeno della nuova generazione, perchè io vivo in
un mondo mio... dove ciò che la società propina non esiste...Vivo un
pò nel mondo del piccolo principe...e continuerò a sognare come
faceva lui, sognando con i piedi per terra e il cuore tra le nuvole...

I segreti per vivere in coppia

Matrimonio e convivenza trasformano gli amanti in una coppia, se va bene formata da amici, ma a volte anche da nemici "separati in casa". E allora addio innamoramento, sogni ed emozioni, mentre si fanno largo noia e rassegnazione, quando non il desiderio di tornare al più presto liberi e disponibili. Nonostante i figli, nonostante tutto.
Per vivere insieme con gioia al riparo da palliativi perdenti non bisogna conoscere l'invidia, la gelosia, la competizione ed è necessario evitare di stare sempre sul piede di guerra per poi magari irritarsi se l'altro/a ci assilla con i suoi problemi. Si rivelano invece un toccasana, l'intimità, l'accoglienza, il calore reciproco, rassicurante e benefico, e la condivisione del proprio mondo emotivo. Così come è meglio la tenerezza partecipata del sesso obbligato. Facile a dirsi, ma evidentemente non altrettanto scontato a farsi, almeno a giudicare dal gran numero di coppie "scoppiate" che sembrano smentire ogni ottimismo, Eppure, secondo Manara, nonostante le oggettive difficoltà, il miracolo della coppia felice, se non automatico e certo, può essere almeno possibile. Perché, anche quando si è perso ogni slancio, si può ritrovare il piacere di stare insieme, proprio come accade agli amanti. Basta tenere lontana la tentazione di voler rendere il/la partner uguale a se stessi, non restare in silenzio, non censurare gli istinti, non cadere nell'ipocrisia pur di creare un clima amichevole e un'armonia fasulla. Insomma basta non "andare in sonno" o, all'opposto, saper sventare la schermaglia perenne. La parola d'ordine è stare alla larga dal rischio di diventare "amici o nemici" e impegnarsi, invece, a riconoscere l'autonomia e gli spazi dell'altro, per vivere i momenti in comune con fantasia e disponibilità.

Evitare gli errori strategici nel creare le basi per la vita di coppia, come, per esempio, il confondersi l'uno nell'altra togliendosi reciprocamente spazi di movimento libero, lasciarsi trasportare dal sogno dell'amore eterno, investire il partner dell'aspettativa che egli possa rimettere in scena quello che aveva proposto di sé nella fase di innamoramento. Soprattutto è però fondamentale mettere a disposizione del vivere in coppia tre elementi fondamentali: creatività, complicità e disponibilità a mettersi in gioco. Per essere amanti possibili è insomma raccomandabile seguire il seguente decalogo: 1) svelare i sentimenti, anche quando sono negativi; 2) mantenere e permettere gli spazi liberi; 3) evitare la permalosità e la sua espressione più frequente: il broncio; 4) non prefissarsi l'obiettivo di far cambiare il partner; 5) non confondere il partner con la riedizione di un proprio genitore con cui ci sono conti in sospeso; 6) non equivocare i premi di consolazione per primi premi; 7) dare spazio all'intimità prima ancora che al sesso; 8) lasciare i genitori a casa loro; 9) avere fiducia negli investimenti per ricominciare dopo un periodo di crisi; 10) cancellare l'ipocrisia, che è il vero cancro della coppia.

(Fonte: repubblica.it)

Una ricerca dimostra che essere egoisti significa essere sfortunati due volte

Un’importante ricerca pubblicata sulla rivista scientifica PLoS, e ripresa dal Wall Street Journal, dimostra in modo convincente che siamo programmati biologicamente con un “gene dell’altruismo”. Almeno: molti di noi ce l’hanno, attivo e funzionante. Mentre sono gli “egoisti alla nascita” la vera anomalìa, perché vittime di una disfunzione genetica.
Questo è il risultato dell’esperimento condotto da un’équipe di psicologi in un laboratorio israeliano, sotto la guida del professor Reut Avinum della Hebrew University. Il test è semplice, comincia con 136 bambini di età compresa fra i 3 e i 4 anni. Uno alla volta, ogni bambino entra da solo in una stanza arredata come la sala- giochi di una scuola materna. Gli vengono consegnate sei confezioni di adesivi colorati. «Puoi tenerli tutti per te — gli spiega l’istruttore — oppure puoi darne qualcuno a un altro bambino, che non ne ha». Gli “sticker” colorati rappresentano immagini belle, attraenti. Nessun altro coetaneo appare nella stanza, quindi il bambino non ha la più pallida idea di chi sarebbe il beneficiario del suo dono eventuale. Gli si chiede uno sforzo d’immaginazione notevole per quella età, la sua generosità deve esercitarsi a favore di un essere astratto. Eppure il risultato del test è inequivocabile: i due terzi dei bambini scelgono di lasciare qualche confezione ad altri, solo perché gli è stato detto che da qualche parte esistono dei bambini che non hanno alcun adesivo. Non ci sono differenze tra maschi e femmine. Alcuni addirittura rinunciano alla totalità del dono. Interrogati sul perché di questo altruismo estremo, rispondono: «Perché è così che ci si sente più felici». Tutto merito dell’educazione ricevuta in famiglia? Nient’affatto. Gli psicologi israeliani hanno individuato un gene, Avpr1a, che “regola nel cervello ormoni legati ai nostri comportamenti sociali”, incluso l’altruismo e lo spirito cooperativo. Usando la tecnologia di risonanza magnetica che consente di raffigurare in immagini la nostra attività cerebrale, gli stessi scienziati hanno osservato che ad ogni atto di generosità il gene Avpr1a rilascia neurotrasmittenti simili alla dopamina, che producono una sensazione di benessere fisico. Alla stessa conclusione è giunta una ricerca indipendente, condotta alla University di Washington e anch’essa pubblicata sulla rivista PLoS: in quel caso addirittura sono stati identificati riflessi altruisti e un senso di “equità” in bambini di soli 15 mesi, misurando la loro voglia di condividere il giocattolo favorito. È tra quei bambini che si rifiutano di donare e invece vogliono tutto per sé, che gli scienziati individuano l’eccezione alla norma: che si spiega con una variazione nel gene Avpr1a. Queste ricerche confermano l’interesse crescente degli studi scientifici nel campo dell’altruismo, un ambito che sta attirando finanziamenti come quelli della Templeton Foundation in favore della Science of Generosity Initiative. Lo studioso di Harvard Yochai Benkler nel suo saggio “The Penguin and the Leviathan” allarga il discorso a tutte le scienze sociali e all’economia. La teoria dell’evoluzione, se applicata non solo alla biologia individuale ma alla selezione dei gruppi e delle specie, dimostra che prevalgono le società e organizzazioni complesse dove si esalta l'altruismo. (Elaborazione da Repubblica di F. Rampini)

Se la cura di un figlio non fosse più il destino “naturale” della donna?

Che la donna non dovesse mai aver bisogno di affermare la sua individualità, che fosse destinata a “vivere per gli altri”, “amare e partorire”, e che questo sacrificio di sé facesse di lei una “religione”, era stato il massimo tributo che pensatori del secolo precedente, come Michelet, Bachofen, Mantegazza, avevano creduto di fare alla “differenza” femminile.
“La donna madre è la donna completa: la donna giovane, bella, ricca non è né può essere felice se in lei non palpita la maternità.
Stretta tra il sacro e il naturale, la madre è il primo e l’ultimo tabù della cultura maschile dominante, e, per le donne, l’esperienza che rischia di vederle divise. Oppure – perché no?- l’inizio di un movimento capace di spingersi più a fondo nell’analisi del rapporto tra i sessi e, soprattutto, di incontrare il cambiamento che sta avvenendo, sia pure ancora per una piccola minoranza, anche da parte maschile.
Se dunque si trattasse di ammettere che la cura, la crescita e l’educazione di un figlio non è più il destino “naturale” femminile, ma la responsabilità collettiva di uomini e donne, genitori biologici e non biologici?
Nel suo “diario di bordo” , tenuto fino al compimento dei cinque anni di età del figlio, e pubblicato col titolo Compagno di viaggio. Appunti sulla paternità (Edizioni Libreria Croce di Fabio Croce, Roma 2010), Gian Carlo Marchesini scrive:
“Un padre realmente disponibile contribuisce a far sì che la madre verso i figli sia, in quanto sola, sempre meno castrante. E la madre può, finalmente, non essere più così angosciata da sensi di colpa per il tempo sottratto ai figli dall’impegno nel lavoro. E che cosa c’è di meglio, per le cartilagini emotive di un uomo adulto, per la sua capacità di ascolto e accoglienza, di un attivo, quotidiano esercizio di paternità capace di evitargli la sola stereotipa maschera del ‘rimprovero e cipiglio’?
Certo, la carriera professionale e le attività ricreative possono parzialmente risentirne. Ma se ne valesse la pena?”.

(Fonte: corriere.it)

Istat: single, monogenitori e convivenze

Crescono le nuove forme familiari: una realtà che riguarda il 20% della popolazione. Lo comunica l'Istat in una nota. Sono 6 milioni 866 mila i single non vedovi, i monogenitori non vedovi, le coppie non coniugate e le famiglie ricostituite coniugate. Vivono in queste famiglie 12 milioni di persone, il 20% della popolazione, dato quasi raddoppiato rispetto al 1998. I single non vedovi sono soprattutto uomini (55,3%), mentre i monogenitori sono in gran parte donne (86,1%). Le nuove forme familiari sono cresciute per l'aumento di separazioni e divorzi. Quasi 6 milioni di persone hanno sperimentato nel corso della loro vita la convivenza, considerando sia quelle che continuano a convivere, sia quelle che si sono sposate con il partner con cui convivevano, che quelle che hanno concluso definitivamente l'unione. Le libere unioni nel 2009 sono 897 mila e rappresentano il 5,9% delle coppie. Sono più diffuse nel Nord-est, presentano un titolo di studio più elevato e una quota di coppie in cui ambedue lavorano più alta di quelle coniugate. Diminuisce la quota di chi era deciso a sposarsi fin dall'inizio dell'unione e cresce la percentuale di 'possibilisti' (34%). Le convivenze prematrimoniali sono in crescita. Hanno raggiunto il 7,9%. Il fenomeno é aumentato e per le coorti tra il 2004 e il 2009: il 33% per i primi matrimoni e il 70% per i matrimoni successivi. Aumenta la durata di tale convivenza, che si consolida come "periodo di prova dell'unione". Nel 2009 sono 2 milioni 890 mila e persone che vivono con regolarità in un luogo diverso dalla loro dimora abituale per alcuni giorni dell'anno per motivi vari (lavoro, studio, stare con i familiari o altri motivi). Rappresentano il 4,8% della popolazione: il fenomeno é più sviluppato tra i maschi (5,2%), tra i giovani di 20-29 anni (12,9%) e nelle isole (6,3%). La durata media del soggiorno altrove e' di 155,5 giorni all'anno. I motivi di tale scelta vedono al primo posto il lavoro (30%). Seguono gli spostamenti per studio (20,3%), per stare con il coniuge/partner (12,2%) e per stare con i genitori (10,9%).Per i minori di 18 anni il motivo principale e' stare con i genitori (59,6%); per i giovani e' lo studio (l'80,8% tra i pendolari della famiglia di 18-19 anni). Nelle età centrali il motivo principale e' il lavoro: tra i 30 e i 54 anni la meta' dei pendolari della famiglia si sposta per questo motivo. Tra gli anziani di 65 anni e più prevalgono gli spostamenti per stare con familiari o parenti (51,8%); uno su cinque si sposta per motivi di salute (19,6%). (Elaborazione da Pic/ Dire)

VegPride: la settimana dell’orgoglio vegetariano

Fino al 7 ottobre in tutto il mondo si celebra la International Vegetarian Week 1, la manifestazione, nata nel 2008, nella quale decine di organizzazioni di vari Paesi hanno deciso di riunirsi per celebrare l'orgoglio vegetariano ma soprattutto lanciare messaggi univoci e più forti sull'opportunità di seguire questo tipo di dieta.
Benché vi siano ricerche scientifiche dalle conclusioni contrastanti, chi abbraccia questa cultura crede che un consumo eccessivo di carne non solo porti problemi di sovranutrizione nei Paesi sviluppati, ma accresca la sottonutrizione delle zone più povere del mondo, perché sempre maggiori estensioni agricole sono destinate alla coltivazione di cereali per gli allevamenti.
Secondo il Rapporto Eurispes 2011 i vegetariani in Italia sono sei milioni, quindi uno su dieci. Tra questi lo 0,4% è vegano (ovvero esclude dalla propria dieta tutti gli alimenti di origine animale).
Gli appuntamenti in calendario per la International Vegetarian Week sono molti e variegati tanto quanto le diverse declinazioni del vegetarianesimo.

(Fonte: repubblica.it)

Valter Lavitola: chi è e da dove viene l'ex direttore de l'Avanti oggi latitante?

Nato e cresciuto un piccolo paese della Lucania chiamato Noepoli, dove c'è un palazzo Lavitola, una cappella Lavitola al cimitero, un Lavitola sul monumento dei caduti, e numerosi segni di un notabilato borghese mai dimenticato dai paesani in due secoli di storia. Figlio di un celebre psichiatra - la qualità la dimostra il fatto ch'era perito di parte di don Raffaele Cutolo - Valterino, noto in paese anche come Ciociò, mostra grande spirito autonomo da ragazzino. Tradisce la tradizione democristiana di famiglia e approda giovanissimo nei socialisti lucani della zona. Il giovanotto che viene schierato alle provinciali del 1985 a 19 anni sotto le insegne del garofano. Noepoli tributa il giovane notabile paesano con un quasi plebiscito di 865 voti ma non saranno utili all'elezione.

A 18 anni si iscrisse alla loggia massonica Aretè di Roma, come apprendista. Entrato nel Partito Socialista nel 1984, craxiano, conosce Silvio Berlusconi alla metà degli anni 90 tentando di diventare parlamentare. Impegnato nel settore ittico in sud America, in Italia lavora nella cooperativa giornalistica International press che da dicembre 1996 è proprietaria ed editrice del quotidiano L'Avanti!. Quando il quotidiano, il 16 gennaio 2003, riprende le pubblicazioni dopo un'interruzione, Lavitola ne assume la direzione. Bobo Craxi dichiarerà che "l'Avanti! di Lavitola è solo un foglio di spionaggio politico".

Fonti: cadoinpiedi.it, wikipedia

Perché mangiamo senza accorgercene?

Uno studio dell'università della California pubblicato su Personality and Social Psychology Bulletin spiega perché speso mangiucchiamo, sgranocchiamo senza accorgecene e soprattutto come riprendere il controllo su quel che mettiamo in bocca.
Gli esperimenti condotti dallo psicologo californiano David Neal per capire perché mangiamo senza metterci troppo la testa (accumulando poi chili su chili) sono ingegnosi. Neal ha portato al cinema un gruppo di volontari, alcuni abituati a sgranocchiare popcorn, altri che erano soliti concentrarsi sul film senza distrazioni alimentari. Ha dato a tutti dapprima popcorn fresco e di buon sapore e poi, in una seconda occasione, popcorn vecchio di una settimana. Ebbene, chi aveva l'abitudine di mangiare al cinema ha gradito pure i popcorn stantii, consumandone di fatto la stessa quantità rispetto a quando erano buoni; chi di solito non li mangiava al cinema, ha gentilmente rifiutato i popcorn cattivi. In un secondo esperimento, il tutto è stato ripetuto ma portando i volontari a vedere un film in una sala conferenze, ovvero in un luogo non associabile alla proiezione di una pellicola. Qui la bontà dei popcorn faceva la differenza, eccome: anche gli habituè del popcorn ne hanno mangiato di meno, quando gli veniva offerto quello stantio.
«Quando mangiamo spesso un cibo in determinate circostanze, il nostro cervello associa quell'alimento all'ambiente e finiamo per continuare a metterlo in bocca comunque, a prescindere dalla qualità, fintanto che lo "stimolo ambientale" persiste – spiega Neal –. Noi crediamo che il nostro comportamento alimentare dipenda in larga parte, se non del tutto, dal gusto del cibo: a nessuno piace il popcorn spugnoso, freddo e vecchio di una settimana. Ma una volta presa un'abitudine non ci interessa più il sapore, mangiamo comunque, tutte le volte che ci ritroviamo in quella situazione». Un modo per spezzare il circolo vizioso c'è, e lo suggerisce il terzo esperimento dello psicologo americano: i ricercatori hanno chiesto ai volontari, durante un'ulteriore proiezione, di prendere il popcorn con la mano non-dominante (in pratica, i mancini dovevano pescare i popcorn con la destra e viceversa). Questo piccolo accorgimento è bastato a scardinare l'abitudine, perché ha costretto ciascuno a porre attenzione ai gesti che faceva.

(Fonte: corriere.it)

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