difesa

Rete Disarmo risponde al Ministro Di Paola: Il caccia F-35 è uno spreco da abolire, perché non se ne discute seriamente?

Dopo le rivelazioni di enormi problemi tecnici, è necessario un confronto aperto. I dati reali dimostrano una realtà del progetto ben diversa da quella favoleggiata dai vertici della Difesa. Fonte: Rete Italiana per il Disarmo - 20 dicembre 2011

“Non stupisce la difesa d’ufficio da parte del Ministro-Ammiraglio Giampaolo Di Paola della partecipazione italiana al programma F-35, non pensavamo però fosse capace di affermare che non è uno spreco soprattutto dopo le recenti notizie provenienti dal Pentagono”. Questo il commento della Rete Italiana per il Disarmo alle recenti dichiarazioni (anche televisive) del Ministro, alla luce del recente rapporto (dal titolo “F-35 Joint Strike Fighter Concurrency Quick Look Review”) elaborato da alti ufficiali del Dipartimento della Difesa USA che rivela impietosamente la mole di guai del programma. Tra le questioni maggiormente problematiche c’è il nuovo casco avveniristico che non funziona come dovrebbe, oppure il meccanismo di aggancio di coda che ha fallito tutti e otto i test di atterraggio. Secondo alcune discrezioni sembra ci siano state 725 ‘richieste di modifica’ in attesa di essere evase, nel solo mese di ottobre 2011. Come è evidente tutte queste modifiche comportano un ulteriore rallentamento dei tempi e di conseguenza un ulteriore levitare dei costi. Questi problemi poi pongono serie domande sulle reali capacità finali di questo aereo di quinta generazione. “E' preoccupante l'elevato rischio che Lockheed Martin, azienda madre del progetto, ha deciso di assumersi. Il ritardo dello sviluppo ha portato ad una eccessiva sovrapposizione della produzione con la sperimentazione, ciò sta a significare che la produzione avviene mentre sono stati effettuati test di volo in una percentuale molto bassa – sottolinea Rossana De Simone, analista militare per la redazione di Peacelink - E' impensabile ed irresponsabile che la produzione avvenga quando il livello di preparazione tecnologica o maturità si mostra del tutto inadeguato, mancando il completamento di tutti i test necessari (prove a terra, a fatica, in volo)”. Criticità che si sommano a quelle del recente rapporto del GAO (Government Acconuntability Office) del congresso USA che denuncia l’aumento dei costi, i ritardi nella produzione, lo scarso numero dei collaudi e i molti flop dei pezzi collaudati. Posizioni non di pacifisti, ma del Pentagono e del GAO che si riverberano in analisi approfondite anche di altri uffici di analisi ufficiali come il Parliamentary Budget Officer del Parlamento canadese. Mentre invece in Italia nessuna indagine seria e nessun dato concreto sul Joint Strike Fighter viene elaborato da agenzie ufficiali e proposto alla discussione parlamentare e dell'opinione pubblica. “E' sconcertante che in Italia il Ministero della Difesa pretenda di decidere univocamente del ruolo strategico di un progetto militare e industriale dai costi esorbitanti, senza avere intrapreso un dibattito pubblico trasparente e informato – commenta Francesco Vignarca coordinatore di Rete Disarmo – e ciò è da sempre una delle principali preoccupazioni della nostra campagna nata nel 2009 (www.disarmo.org/nof35)”. Secondo il Ministro-Ammiraglio Di Paola, questo progetto non è uno spreco perché permetterà all’industria italiana di fare investimenti importanti e quindi di crescere. Peccato che gli investimenti innanzitutto li faccia lo Stato, come nel caso della FACO di Cameri, dove verrà costruita da Alenia un’ala e assemblato l’F-35 destinato ad alcuni Paesi europei. Washington non è disposta a cedere il know-how del velivolo ed ha basato la partecipazione al progetto sul principio competitivo ‘best value’, cioè senza prevedere ritorni industriali garantiti. Tutti problemi pienamente confermati anche dai cablo rivelati da Wikileaks sulla questione. D’altronde suona strana una crescita industriale dettata dalla costruzione di un solo pezzo... Dei 10.000 posti di lavoro annunciati dal Governo, sembrano rimanere nella realtà poche centinaia che in realtà non saranno nuovi, ma ricollocazioni di lavoratori che perderanno il posto a causa dei tagli dell’Eurofighter entrato in concorrenza con l’F35 (solo a parole siamo tutti europeisti...). Un altro motivo secondo il quale l’F35 non è uno spreco per il Ministro-Ammiraglio Di Paola è quello di consentire all’Italia di avere capacità di primo livello nel settore aereo; il problema è che siamo parlando non di un intercettore, ma di un cacciabombardiere. “Forse vale la pena ricordare al Ministro – sottolinea Massimo Paolicelli presidente dell'Associazione Obiettori Nonviolenti - che abbiamo una Costituzione che all’articolo 11 vieta espressamente di fare la guerra e per garantire la partecipazione agli impegni internazionali nessuno ci obbliga ad avere armi di primo livello e un numero così spropositato di aerei. Specialmente quando contestualmente si chiedono agli italiani forti sacrifici come quelli contenuti nella manovra del Governo cui appartiene Di Paola.” A tutto questo bisogna aggiungere che per i sistemi aeronautici i costi maggiori sono quelli di uso e gestione dei velivoli (da due a tre volte maggiori della semplice fattura di acquisto). Per questo ribadiamo la nostra richiesta che non si firmi il contratto di acquisto dei 131 cacciabombardieri F-35 e si possano destinare le ingenti risorse così risparmiati ad interventi sociali e di sostegno al mondo del lavoro così colpito dalla attuale crisi economica. Per appprofondimenti: Campagna "Taglia le ali alle armi" - www.disarmo.org/nof35

Fonte: www.disarmo.org

.

Filippine: ecco perchè è stato ucciso Padre Fausto Tentorio

Non sono ancora noti i moventi dell’assassinio di padre Fausto Tentorio, 59 anni, originario del lecchese e missionario del Pime nelle Filippine freddato ieri mattina da un killer davanti alla sua parrocchia di Arakan, nell’isola di Mindanao. Tuttavia si sa che diversi anni fa era riuscito a scampare a un attentato grazie all’aiuto dei Manobos: gli indigeni con i quali lottava da anni per salvare la terra l’avevano aiutato a nascondersi nella foresta.
Da oltre 32 anni lavorava a stretto contatto con i Manobos, e aveva lottato con loro per difendere l’ultimo lembo di foresta dal disboscamento messo in atto dalle compagnie del legname.

Raccontava il paradosso di queste comunità che da sempre vivevano nell’Arakan Valley: dei 75 mila ettari di terra della valle agli indigeni ne erano rimasti solo 15 mila. Le compagnie del legname, contando su importanti appoggi a livello politico, erano riuscite a farsi concedere tutto il resto della terra, che era stata progressivamente spogliata dagli alberi e dalla foresta vergine.

Negli anni ’90 padre Fausto aveva aiutato i Manobos a organizzarsi per salvare almeno il monte Sinaka, la “schiena del Dio”, ovvero il monte sacro dei Manobos, dove era rimasto l’ultimo pezzo di foresta. Aveva sostenuto la nascita di Malupa (MAnobo LUmandong PAnaghiusa), cioè l’associazione dei tribali Manobos, composta da un buon numero di leader indigeni e di persone coinvolte nel recupero degli spazi e dei valori tradizionali.

Non era stato facile opporsi ad alcune compagnie del legname che con guardie private controllavano l’area. Ma i Manobos alla fine ce l’avevano fatta, avevano ottenuto la tutela del governo tramite una legge che riconosceva il diritto ancestrale alla terra. Sul sito Missionline, il Pime scrive che "l'uccisione di padre Tentorio non è legata al fondamentalismo islamico, ma alla difesa delle popolazioni indigene di Mindanao".

Fonte: unimondo.org

Istituto di Ricerche Internazionali Archivio Disarmo: Le spese militari mondiali nel 2010

Quello che segue è un rapporto sulle spese militari mondiali nel 2010 redatto dall’Istituto di Ricerche Internazionali Archivio Disarmo (piazza Cavour 17 - 00193 Roma email: info@archiviodisarmo.it www.archiviodisarmo.it)

(Fonte: sito radio radicale)

Study's content: 

Rete Disarmo e Tavola della Pace a Napolitano: no a segreto di Stato sulla consegna di armi

La Rete Italiana per il Disarmo e la Tavola della Pace hanno inviato ieri (diffondendola a mezzo stampa) una “lettera aperta” al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per richiamare all’attenzione del Capo dello Stato sulla recente notizia dell’imposizione del segreto di Stato da parte del Governo su una consegna di armi originante dal nostro paese. Ciò ha di fatto bloccato le indagini che la magistratura di Tempio Pausania stava conducendo riguardo alla destinazione finale di un carico di armamenti sovietici sequestrati nel 1994 e che, su ordine del Tribunale di Torino, avrebbero dovuto esser distrutti in seguito ad un’azione giudiziaria che le aveva bloccate pur non riuscendo a condannare i responsabili di tale traffico per difetto di giurisdizione. Una problematica che continua a permanere anche oggi poiché l’Italia non possiede una legislazione specifica su trafficanti e broker di armi, pur esistendo da anni una Posizione Comune dell’Unione Europea in merito che obbligherebbe il nostro paese ad un adeguamento legislativo specifico.

Si tratta di armamenti che – stando ad accreditate fonti di stampa nazionale e internazionale – nei mesi scorsi sarebbero stati consegnati dalla Marina Militare all’Esercito facendole sbarcare nel Lazio per essere poi consegnati, contravvenendo all’embargo di armamenti decretato dalle Nazioni Unite, alle forze sostenitrici del Consiglio Nazionale di Transizione libico.

Rete Italiana per il Disarmo e Tavola della Pace si rivolgono al Presidente Napolitano giacché alla Magistratura ordinaria è impedito l’intervento su questa fattispecie di Segreto di Stato disposto dal Presidente del Consiglio perché è relativa a materiale bellico e, in quanto tale, rientra nella sfera della sicurezza nazionale e della difesa dello Stato su cui il Presidente della Repubblica ha uno specifico compito di garanzia.

Sui siti www.disarmo.org e www.perlapace.it, il testo della lettera aperta inviato alla Presidenza della Repubblica e ulteriori dati di approfondimento relativi alle forniture italiane di armi ai paesi del nord del Mediterraneo (e in particolare a riguardo delle vendita del 2009/2010 di oltre 11.000 pistole e fucili semiautomatici italiani al regime di Gheddafi).

Missioni militari italiane all'estero: taglio di militari per risparmiare

Al termine del consiglio dei ministri é stato annunciato il rifinanziamento delle missioni militari all'estero con alcuni tagli per risparmiare in vista della nuova manovra finanziaria.
Entro il 30 settembre le missioni italiane all'estero conteranno 1.000 militari in meno. Entro il 2011 il contingente sarà sceso in tutto di circa 2078 soldati.
Il governo per recuperare soldi per la manovra ha tagliato di circa 120 milioni di euro (il 15%) i costi delle missioni italiane all'estero.
In particolare in Libia e Libano.
La spesa del rifinanziamento delle missioni militari italiane ammonta a circa 700 milioni.

(Fonte: city.it)

Afganistan: gli USA valutano un ritiro delle truppe più consistente del previsto

Il team per la sicurezza nazionale del presidente degli Stati Uniti Barack Obama starebbe valutando l'ipotesi di un ritiro del contingente Usa dall'Afghanistan più corposo di quanto preventivato nelle scorse settimane. Secondo quanto si legge sul New York Times, alcuni funzionari di Washington sarebbero stati convinti a procedere a questa accelerazione dai costi sempre più elevati della guerra e dall'uccisione di Osama bin Laden: due presupposti che hanno definito come nuove "considerazioni strategiche". Il Consiglio per la sicurezza nazionale si riunirà oggi per il consueto meeting mensile sull'Afghanistan e il Pakistan. Nonostante il dibattito sul livello delle truppe in Afghanistan sia stato sempre trattato in separata sede, fa notare il New York Times, l'argomento sarà certamente all'ordine del giorno della riunione odierna. Fino ad oggi i responsabili della difesa Usa avevano sempre parlato di un iniziale ritiro del contingente tra i 3.000 e i 5.000 uomini.

(Fonte: il riformista.it)

Riflessioni in occasione della giornata dedicata al problema della pena di morte

Un Articolo sulla giornata per la pena di morte per sviluppare alcune considerazioni sul tema.

Article's content: 

L'Onu pensa a un intervento dei caschi blu in Libia

A ventiquattr'ore dall'incontro tra Obama, Cameron e Sarkozy le Nazioni Unite non escludono un dispiegamento dei Caschi Blu in caso di un cessate il fuoco tra il governo di Tripoli e i ribelli di Bengasi. Lo ha riferito il capo del dipartimento per il peacekeeping dell'Onu, Alain Leroy.
«Sia chiaro che è prematuro parlarne adesso, ma se ci fosse un cessate il fuoco, esso andrebbe monitorato, e si potrebbe ricorrere ai militari delle Nazioni Unite», ha detto Leroy durante una conferenza stampa al Palazzo di Vetro.
Che la situazione diplomatica sia in movimento è confermato dall'iniziativa della Francia - Paese che ha spinto per la prima risoluzione Onu a inizio marzo - che pensa a un nuovo pronunciamento del Consiglio di sicurezza. Si sta andando oltre la risoluzione 1973 dopo l'intervento di Obama, Sarkozy e Cameron, secondo i quali snon si tratta di mandare via Gheddafi «con la forza». Tuttavia, aggiungono, «è impensabile che chi ha voluto massacrare il suo popolo svolga un ruolo nel futuro governo della Libia»..
L'attuale risoluzione dell'Onu non fa alcun riferimento ad un cambiamento di regime in Libia.

(Fonte: ilsole24ore.it)

Contro la crisi l'Europa taglia i bilanci della difesa

Tagli ai bilanci dei reggimenti gloriosi, delle navi e portaerei, in pensione aerei e carri armati, ecco la soluzione dell'Europa per fronteggiare la crisi economica. Una demilitarizzazione che ha messo in allerta gli Stati Uniti, proprio alla vigilia del vertice Nato. Come afferma l'ammiraglio Giampaolo Di Paola, presidente del Comitato militare dei capi di stato maggiore della Nato, "non c'è dubbio che, mentre gli Usa mantengono un alto livello di risorse per la difesa, gli europei non riescono a raggiungere il livello di spesa che si erano prefissati al 2 per cento del Pil". Paradossalmente l'Europa non ha mai speso tanto poco per le proprie forze armate, proprio nel momento in cui le forze armate di molti Paesi europei sono impegnate sul campo in misura che non ha precedenti nel dopoguerra. Le prime misure di austerità sono arrivate immediatamente dopo la crisi di Wall Street. Nel 2009, per esempio, la Francia ha tagliato il bilancio per la difesa del 15%, l'Italia del 38, il Belgio del 5,7, la Spagna del 4,6, la Turchia del 16,9. Ma questo ridimensionamento è trascurabile rispetto a quelli che si stanno preparando ora, dopo che gli attacchi speculativi contro l'euro hanno costretto tutti i governi a varare piani restrittivi di risanamento dei conti pubblici.

Fonte: dirittisociali.org

Syndicate content