politica

La Grecia taglia province e comuni, l'Italia no

In Italia di tagliare le province non se ne parla. Mentre al Senato il misconosciuto relatore della manovra finanziaria Gilberto Pichetto Fratin ne valuta l’impatto “vicino ai 70 miliardi”; mentre i “tagli alle agevolazioni fiscali” produrranno una stangata da almeno 1200 euro a famiglia; mentre avanzano le proposte di legge d’iniziativa popolare sull’abolizione delle Province, mentre, soprattutto, slitterà al 21 luglio a Bruxelles il vertice straordinario dei leader europei sugli aiuti alla Grecia dal parte dei paesi dell'Eurozona e la Marcegaglia e Montezemolo affermano: «Non siamo come la Grecia»; be’, mentre accade tutto ciò, noi scopriamo che davvero non siamo come la Grecia. Siamo peggio, per certi versi. Perchè in Grecia, con la crisi economica, hanno davvero tagliato le Province. In terra ellenica hanno ridotto le Province, enti solidamente inutili pure lì, da 57 a 13; e hanno assottigliato la grande pancia dei Comuni diminuendone il numero da 1034 a 325; e propongono -anche lì- di ridurre i deputati da 300 a 200. Noi, invece, che stiamo un po’ meglio della Grecia, conserviamo tutte le Province, le Regioni con o senza lo statuto speciale e contiamo 945 tra deputati e senatori contro i 661 parlamentari tedeschi. A parte il risparmio notevole, questi atti hanno indubbiamente rappresentato un’apertura psicologica, un gesto di buona volontà da parte della classe politica nei confronti dei propri elettori.

(Fonte: libero.it)

I senatori nella notte si salvano i privilegi

A telecamere spente e in seduta notturna, i senatori hanno bocciato i tagli ai costi della politica, ai privilegi della Casta. Il giorno prima che la manovra finanziaria arrivasse a Palazzo Madama, la commissione Bilancio ha votato i provvedimenti da adottare per ridurre i costi della politica annunciati dal ministro Giulio Tremonti. E non li ha fatti passare. Davanti alla Commissione Affari Costituzionali, in precedenza, era pure avvenuta una lunga discussione sugli stipendi degli eletti. Ricca di accenti quasi surreali. L’idea di percepire semplicemente quello che prendono in media i parlamentari delle altre nazioni europee, come proposto dal ministro dell’Economia non piace.

(Fonte: ilfattoquotidiano.it)

Il Belgio da 13 mesi senza Governo: si spacca il paese?

Svanisce l'ennesima speranza di formare un governo. Questa volta potrebbe essere davvero la fine del Belgio. Dopo il rifiuto di Bart De Wever, leader del partito fiammingo separatista N-va alla nota di compromesso del socialista vallone Elio Di Rupo, incaricato dal re Albert II di formare un nuovo governo, l’implosione dello stato belga non sembra più un’utopia. Senza un governo da oltre 13 mesi, ovvero dalle elezioni di giugno 2010, il Belgio è in balia a una crisi istituzionale che vede sempre più lontana la fine del tunnel.
La nota presentata dal leader Ps Elio Di Rupo, avrebbe dovuto in teoria risolvere l’impasse, ma, come ha sintetizzato Liesbeth Van Impe sul giornale fiammingo Het Nieuwsblad, “De Wever ha mostrato a Di Rupo, con tutto il rispetto, il dito medio”. I nodi della discordia sono sempre gli stessi: il budget di stato, le riforme socio economiche, l’autonomia fiscale regionale, la riforma dello stato e il controllo della regione di Bruxelles capitale. Sì perché anche se unito sulla cartina, il Belgio è composto da tre comunità linguistiche differenti (francofona, fiamminga e germanofona) e diviso in tre regioni: le Fiandre a nord, la Vallonia a sud e la regione di Bruxelles-Capitale al centro.

(Fonte: ilfattoquotidiano.it)

Manovra: la rivolta dei comuni. Perché?

Il presidente Napolitano Ha firmato il decreto legge che contiene la manovra finanziaria. Ora il decreto dovrà essere approvato dalla camera per non decadere, ma già si accendono le polemiche.
In particolare i Comuni di tutti i colori politici sono sul piede di guerra perché la manovra taglia altri 9,2 miliardi di euro agli enti locali. Secondo loro la scure del governo causa due gravi danni:
- vanifica il percorso del federalismo fiscale di fatto impedendo ad ogni comune di poter definire una propria politica di budget in quanto ciascun comune non avrà risorse nemmeno per gli interventi urgenti di ordinaria amministrazione
- mette in pericolo il governo del territorio proprio perché verranno meno servizi di fondamentale importanza per i cittadini
L'Anci, l'organizzazione dei comuni italiani organizzerà incontri con i gruppi parlamentari per spiegare loro i danni che la manovra causerà ai comuni. Inoltre convocherà una conferenza unificata alla presenza del ministro Tremonti. Nel frattempo ha deciso di sospendere la partecipazione a qualsiasi incontro politico in attesa che ci sia un chiarimento.

250.000 morti in dieci anni e danni a libertà civili e ambienti: i costi della dottrina Bush

L'uccisione di 75 civili per ogni morto dell'11 settembre. Ma anche le vittime combattenti (militari Usa, contractors, irakeni e afgani) che raggiungono in totale le 2300 unità. Il rafforzamento delle discriminazioni razziali, l'erosione delle libertà civili e i danni ambientali. Le conseguenze della dottrina della "giustizia infinita" di George Bush sono stati quantificati da uno studio della Brown University e raccontati da questo articolo del blog "gennarocarotenuto.it"

Se il governo cade 350 parlamentari perdono il diritto al vitalizio

350 parlamentari tra cui 246 i deputati e 104 i senatori non possono permettere che le Camere si sciolgano perché non hanno maturato il diritto al vitalizio che scatterà solo nel 2013.
Prima, infatti, bastavano 2 anni e mezzo (e le pensioni erano anche più alte). A stabilirlo sono stati i nuovi Regolamenti emanati nel luglio 2007 (durante il governo Prodi), che prevedono che per avere la pensione bisogna aver fatto almeno 5 anni di effettivo mandato e aver compiuto 65 anni. Per ogni anno in più di mandato, diminuisce di un anno l’accesso alla pensione. Oggi, dunque, il vitalizio minimo corrisponde al 20 per cento dell’indennità lorda: quindi 2340,73 euro per i deputati e 2401,1 per i senatori.

Ma in realtà il gioco delle pensioni è ancora più complicato di così: infatti per ogni anno di mandato in più si conquista un 4 per cento del vitalizio. Fino ad arrivare al tetto massimo che si raggiunge ai 15 anni di mandato. 7022,184 euro per gli ex deputati e 7203, 3 per gli ex senatori. Per cui di fatto, ogni parlamentare ha un interesse economico immediato e futuro a restare in Parlamento il più possibile. Che vuol dire anche garantirsi la rielezione con i cambi di casacca e i riposizionamenti più opportuni. Una notazione finale: la Camera spende per pagare i vitalizi degli ex deputati ben 138 milioni e 200 mila euro, mentre il Senato 81 milioni e 250 mila euro.

(Fonte: ilfattoquotidiano.it)

Grande successo per il circolo del PDL dell'Infernetto

In ogni momento di agitazione politica e di riorganizzazione, si solidificano e si generano nuovi gruppi di lavoro, circoli politici operativi, legati al locale che operano per la salvaguardia, la tutela e la rinascita dei territori di appartenenza, sviluppando programmi, progetti e proposte.
Aldilà delle varie fazioni e delle suddivisioni politiche, degli stemmi che identificano i gruppi, quello che conta è l’operatività di questi fulcri territoriali.
Nei territori del XIII Municipio è da segnalare il Gruppo del Pdl dell’Entroterra, capeggiato da Angelo Cafisse che, in pochi mesi, ha raccolto moltissime adesioni e sta lavorando ad importanti soluzioni per le zone dell’entroterra. Il successo del Gruppo è stato dimostrato da una partecipazione di oltre 300 persone alle cene organizzate in un noto ristorante dell’Infernetto e di oltre 400 persone all’Evento organizzato alla Sha Bar di Piazza Mazzini, a Roma. Le cene, oltre ad aver avuto una grande partecipazione di persone, sono state anche un’occasione per discutere sul futuro politico di uno dei Municipi più importanti della Capitale, in particolare, per evidenziare le principali problematiche da risolvere e per raccogliere idee e progetti delle persone che sono entrate a far parte del Gruppo.
Angelo Cafisse, esperto organizzatore di Eventi e, da molti anni, fedele collaboratore dell’Assessore alle Attività Produttive del Comune di Roma, sta lavorando con impegno per una rinascita del XIII Municipio e per creare un grande gruppo di persone che si impegnino seriamente per il territorio.
Le cene, oltre a rappresentare un momento d’incontro sociale, sono, infatti, un’opportunità per illustrare le nuove linee d’azione ed invitare i cittadini ad interessarsi all’amministrazione dei territori in cui vivono, in modo da poter dialogare con le istituzioni ed intraprendere un cammino di crescita fatto dall’unione di più persone con i principi guida della coalizione del Polo Delle Libertà.
Molti altri saranno gli appuntamenti promossi da Angelo Cafisse e dal Gruppo per unire sempre più persone in un’ottica di collaborazione dove non conta l’impegno del singolo, ma il lavoro di tutti.
Tante altre serate in programma per un Gruppo in fervente ascesa.

Un nuovo scandalo sessuale fa dimettere un ministro francese: come mai in Italia per scandali sessuali non si dimette nessuno?

Ad appena due settimane dallo scandalo dell direttore generale del Fondo Monetario internazionale (Fmi), Dominique Strauss-Kahn, che era pronosticato come carta vincente dei socialisti per le presidenziali del 2012, accusato di stupro a New York, un nuovo scandalo a sfondo sessuale scuote il mondo politico della Francia, colpendo questa volta Georges Tron, viceministro alla Funzione pubblica del presidente Nicolas Sarkozy, accusato da due donne di aggressione sessuale e dimessosi di conseguenza.
Se riandiamo a quanto successe in America con lo scandalo del presidente Clinton che aveva avuto rapporti sessuali con una stagista viene spontaneo chiedersi come mai in Italia gli scandali sessuali non facciano indignare più di tanto la popolazione e nessuno si dimetta per questo motivo,
In teoria nella culla del Cristianesimo dovrebbe essere il contrario. Invece sembra che molti uomini provino ammirazione e considerino questi scandali affari privati. Sembra quasi che la cultura cattolica a differenza di quella protestante avendo alla base il concetto di pentimento e di remissione dei peccati attraverso la confessione consideri questi peccati in modo più indulgente perché essendo peccati che si consumano nel privato una volta confessati non ne rimanga più traccia. Un'altra possibile spiegazione potrebbe essere il fatto che molti preti in realtà non potendosi sposare siano ricorsi ad amanti segrete e abbiano vissuto il celibato in modo molto disinvolto; questo li avrebbe spinti ad essere più indulgenti su questo tipo di peccati. Il fatto che per troppo tempo si sia stati indulgenti sui preti pedofili sembra dimostrarlo.
Anche se esiste una parte del paese molto discriminatoria nei confronti di gay, lesbiche, in nome del cristianesimo stesso.
Sono le contraddizioni di un paese che si proclama cristiano a parole, ma poi nei fatti... Basti considerare come i nostri politici per ottenere voti si inginocchino succubi davanti ai vescovi, mentre una volta girato l'angolo si comportino nei fatti in modo più o meno libertino.
Anche questa forma di ipocrisia é una caratteristica assai tipica del nostro paese.

Obama: Il sogno di uno Stato ebraico non può essere legato ad un'occupazione

"Israele deve tornare ai confini del 1967", questo il passaggio che ha chiuso l'atteso discorso di quasi un'ora pronunciato dal Presidente degli Stati Uniti Barack Obama ieri pomeriggio (era circa mezzanotte in Italia).
Illustrando la posizione americana sui "grandi cambiamenti in atto" a seguito delle rivolte arabe, il Presidente ha elencato i quattro cardini della politica statunitense: sostegno alle riforme, sfida ai dittatori, partnership economica con Medio Oriente e Nord Africa, e rilancio del negoziato israelo-palestinese.

"Negli ultimi mesi - ha spiegato Obama - abbiamo visto enormi cambiamenti in Medio Oriente e in Nord Africa. Il popolo si è sollevato in favore dei diritti fondamentali, due leader sono stati sollevati dall'incarico e forse altri li seguiranno". Il futuro della politica Usa insomma è legato al Medio Oriente e a quello che sta succedendo nella regione nordafricana. Per questo i processi in corso nell'area vanno sostenuti. Barack Obama traccia così la strategia statunitense in un discorso rivolto al mondo arabo. Gran parte dell'intervento è sulla primavera araba di rivolta, sulla caduta dei dittatori, sull'importanza storica della morte di Bin Laden. Non mancano chiari riferimenti e parole dure anche contro il regime iraniano. Ma è la parte conclusiva a colpire gli ascoltatori e a scatenare le immediate reazioni delle parti in causa.

"Per decenni - ha detto Obama - il conflitto arabo - israeliano ha portato la guerra nella regione e il popolo palestinese non ha ancora uno Stato". Secondo Il presidente Usa, in questo momento in cui si stanno demolendo delle barriere "è ora che ciò avvenga anche per palestinesi ed israeliani". Il popolo israeliano deve avere diritto di esistere e l'impegno degli Stati Uniti per la sicurezza di Israele è inossidabile, "ma lo status quo è insostenibile".
Le iniziative militari dovranno portare ad un "Paese progressivamente demilitarizzato. Poi dovremo affrontare il futuro di Gerusalemme e quello dei profughi palestinesi. Dobbiamo quindi iniziare con i negoziati su sicurezza di Israele e formazione di uno Stato palestinese. Gli Usa faranno tutto quello che è necessario per andare oltre l'attuale empasse".

Obama ricorda che "il sogno di uno Stato ebraico non può essere conseguito con l'occupazione. Una pace duratura è sinonimo di due Stati separati. Bisogna quindi negoziare sulle questioni chiave. Serve una Palestina aperta e un Israele sicuro. La linea di confine deve essere quella del 1967". Il primo no secco arriva dal premier israeliano Benyamin Netanyahu, oggi in arrivo a Washington, che ha infatti dichiarato di apprezzare l'impegno per la pace espresso nel discorso di Barack Obama, ma ha al tempo stesso ribadito che non ci sarà alcun ritiro di Israele ai vecchi confini del 1967.

Fonte: ilsalvagente.it, lastampa.it

Perché la Lega ha preteso di far approvare una nuova mozione sulla Libia?

La Lega ha preteso che ia Camera dei Deputati approvasse una nuova mozione sulla guerra in Libia.
Che cosa dice la mozione: si chiede di fissare un termine temporale alla missione in Libia, di non mettere altre tasse per finanziare la missione, di chiedere aiuto agli alleati nell'accoglienza degli immigrati.
Ora la Lega sa bene che tutte queste richieste non serviranno di fatto a nulla: la Nato ha già messo in chiaro che una guerra si sa quando inizia, ma non si può pretendere di sapere in partenza quando finisce; il finanziamento andrà comunque fatto e difficilmente sarà possibile finanziare la missione senza rifarsi sul prezzo della benzina o su altre forme di finanziamento che sono delle tasse più o meno mascherate; gli alleati contribuiscono all'accoglienza degli immigrati molto più dell'Italia e quindi sono restii a sollevare l'Italia dai suoi impegni. Tra l'altro gli immigrati approdano in Italia solo per la sua vicinanza alle coste africane, ma poi molti di loro se ne vanno in Francia e in Germania.
Come mai allora la Lega ha preteso che venisse approvata questa mozione. Basta seguire Radio Padania: molti simpatizzanti della Lega si stanno ribellando e minacciano di non votare: questo perché vedono che la Lega approva qualsiasi cosa Berlusconi pretenda, anche quando questo qualcosa va contro i loro obiettivi; il caso dell'incontro tra Berlusconi e Sarkosy é emblematico: il premier italiano si é accodato alle volontà della Francia senza nemmeno avvertire Bossi, anzi contro la sua volontà.
Poiché siamo alla vigilia di una votazione importante e i sondaggi, proprio per quanto detto vedono la Lega in forte calo, i dirigenti della Lega hanno tentato di recuperare consenso con un atto di forza che almeno in apparenza salvi la faccia.

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