Onu: si può sconfiggere la fame nel mondo con l'agricoltura ecologica

Study - author: ludo.j - posted: 21-03-2011

La fame nei paesi più poveri e le sfide poste dal cambiamento climatico potranno essere risolti solo adottando l’agro-ecologia che, se supportata da idonei programmi di cooperazione e innovazione, contribuirà a raddoppiare la produzione agricola in meno di 10 anni. A sostenerlo è Olivier De Schutter, Relatore Speciale per il diritto al cibo presso le Nazioni Unite, nel presentare il rapporto “Agroecology and the right to food”, redatto sulla base della letteratura scientifica più aggiornata. La soluzione alla crisi ambientale e alla povertà rurale di intere regioni del sud del mondo, ha ribadito De Shutter, non è nelle piantagioni estensive dell’agricoltura industriale o nell’uso di fertilizzanti e pesticidi. Anzi, la comunità scientifica è ormai concorde nel riconoscere che è proprio applicando la scienza ecologica agli ambienti rurali specifici che si ottiene una produzione maggiore, non si depaupera la fertilità del suolo e si proteggono le colture dall’attacco delle pesti, risollevando l’economia dei piccoli agricoltori e senza incidere negativamente sul clima. Progetti agro-ecologici hanno dimostrato, infatti, un aumento medio del raccolto dell’80% in 57 paesi in via di sviluppo, con un incremento medio del 116% per tutti i progetti svolti in Africa. L’agricoltura convenzionale basata sull’uso estensivo di input esterni non costituisce più l’opzione migliore; infatti i più recenti casi-studio realizzati in 20 paesi africani dimostrano che è possibile arrivare anche a raddoppiare la resa in 3-10 anni. Ad esempio, nel Malati, che ha abbandonato la politica di forti sussidi per i fertilizzanti a favore di programmi di agro-ecologia, coinvolgendo oltre un milione di piccoli contadini, la produzione del mais è salita da 1 a 2-3 tonnellate/ettaro; mentre in Indonesia, Vietnam e Bangladesh si è riusciti a ridurre l’uso degli insetticidi del 92% nei campi di riso.
Tali successi - sottolinea l’esperto - richiedono però investimenti in programmi di ricerca partecipata, nei beni pubblici, nella formazione e cooperazione, attivando la collaborazione con le associazioni agricole e sociali attive sui temi dell’agricoltura ecologica. Risorse che dovranno necessariamente provenire dagli Stati in quanto “le aziende private non investiranno tempo e denaro in pratiche che non possono essere ricompensate da brevetti e che non aprono i mercati a prodotti chimici o a sementi migliorate".