La stampa italiana e l'Egitto in rivolta: il J'accuse di una giornalista specializzata in Medio-Oriente

Witness - author: Rosa.L - posted: 30-01-2011

Mi verrebbe da riprendere la parola che da anni gira per le strade del Cairo: Kifaya (Basta). Ne ho abbastanza. Sono giorni che leggo la stampa italiana sull’Egitto, e giorni che m’imbatto in articoli catastrofisti. Di quelli: se cade Mubarak sono guai per noi. O meglio, per l’Occidente. O meglio, per quell’ambiente artificiale che avevamo creato: una specie di resort, di albergo a cinque stelle politico, in cui gli altri sono solo i camerieri che ci devono servire cocktail a bordo piscina. Senza nome, senza faccia. Invisibili. Ops, ma i camerieri si sono ribellati! Quel dommage. Ma come… Ops, sono esseri pensanti, e magari hanno anche pensieri politici. Parlano di libertà, democrazia, dignità. Ops, ma allora non hanno solo fame perché lì, in quegli alberghi a cinque stelle gli danno uno stipendio da fame. E allora, ora, che succede?

Ho letto che Hosni Mubarak è un moderato. Anzi, è il campione dei moderati. Ho letto che Omar Suleiman ci ha salvato dai Fratelli Musulmani. Ho letto che l’”intifada di Baradei” è “nemica dell’Occidente”. Che “ora il rischio è un secondo Iran”. Addirittura che se cade il rais è “l’inferno terrorista”. Ops, non me n’ero accorta. E’ strano, però. Perché è da dieci anni che frequento l’Egitto. Ho vissuto per anni al Cairo, ho amici egiziani, ci torno perché sono una giornalista, un’analista, ci ho anche scritto un libro sopra, e poi una parte del mio cuore è lì. Eppure non mi sono mai accorta che Hosni Mubarak fosse un moderato. Né mi sono mai accorta che la concezione sunnita della politica sia simile a quella sciita. Non mi consta che ci sia un clero così solido come quello sciita, che dunque può governare l’Iran. Mi consta, invece, che nel sunnismo non ci sia gerarchia, e che già solo per questo il paragone con l’Iran e la rivoluzione khomeinista sia totalmente improprio. Se mai ci può essere un paragone, quello sì, è tra Hosni Mubarak e lo scià Reza Pahlavi, entrambi sostenuti e foraggiati dall’Occidente in generale, e dagli Stati UNiti in particolare…

Ah, non mi sono neanche accorta che l’opposizione a Mubarak fosse fatta da terroristi. Che strano… Eppure io gli oppositori li ho incontrati. Mi pregio di essere amica di Alaa al Aswani. Ho incontrato intellettuali egiziani che vivono all’estero, intellettuali egiziani che si sono subiti censura e attacchi in Egitto. Ho incontrato giovani (blogger o meno) laici, islamisti, di sinistra, senza colore politico, musulmani e copti. Ragazzi e ragazze. Ho amici nella media borghesia, tra i professionisti, tra i figli dell’èlite (dell’èlite, sì…), tutti contro il regime. Conosco figli del popolo, artigiani, poveri, pieni di dignità e rispetto per gli altri. Non mi davano idea di essere dei terroristi, eppure – chissà perché – erano tutti contro Mubarak anni fa, e lo sono ancora di più adesso. Volevano e vogliono da tempo, inascoltati, trasparenti, invisibili, poche cose: pane e rose, futuro, dignità, libertà di espressione, libertà di voto, democrazia. Libertà dalla paura, soprattutto. Ah, già. La paura, il controllo della polizia, il controllo dei servizi di sicurezza. Onnipresenti. Presenti nel controllare i telefoni (molto probabilmente anche il mio), nel sapere tutto di tutti, nel costruire una rete di informatori infinita, pagata qualche soldo. Il sistema, per chi non lo sapesse, è stato creato da Omar Suleiman, ora vicepresidente. Lo stesso Suleiman che oggi, per esempio, Amnesty International accusa delle extraordinary rendition.

Vogliamo parlare di tortura, abusi, maltrattamenti, morti per pestaggi e torture nel paese campione del moderatismo arabo? Vogliamo parlare dei ragazzi prelevati e portati chissà dove, delle torture subite nelle stazioni di polizia (è chiaro, adesso, perché le hanno bruciate)? Spero che a nessuno dei soloni che sproloquino senza aver mai visto l’Egitto vero, tocchi l’esperienza di essere arrestato e portato in una stazione di polizia egiziana. Ci sono racconti non proprio edificanti, del moderatismo del regime di Hosni Mubarak. Li hanno scritti e pubblicati, da anni, tutte le associazioni per la difesa dei diritti umani, dentro l’Egitto così come a Londra e a New York. Non potevamo dire, insomma, che non sapevamo quello che stesse succedendo dentro il paese guidato dal campione del moderatismo. E se abbiamo voltato la faccia dall’altra parte, guardando il mare di Sharm invece di guardare la faccia dei camerieri, è solo ed esclusivamente colpa nostra.

dall'articolo di Paola Caridi
Fonte: http://invisiblearabs.com