popoli

Reale estensione della rivolta siriana

Una parte importante dell’ipotesi del complotto esterno di elaborazione iraniana utilizza la reale distribuzione e la localizzazione dei principali focolai della rivolta siriana come pilastro portante; la vicinanza di tali focolai con le linee di frontiera di diversi stati esteri confinanti con la Siria dimostrerebbe, secondo i suoi sostenitori, l’assoluta fondatezza dell’ipotesi iraniana. La città di Daraa, ad esempio, è molto vicina al confine giordano mentre Homs e Baniyas sono particolarmente vicine al confine libanese; Idlib è nelle immediate vicinanze della Turchia mentre Albukamal è situata nei pressi del confine iracheno. Nella città di Deir ez-Zor, inoltre, il regime ha incontrato una dura opposizione da parte degli anziani dei villaggi, con la prestigiosa famiglia dei Baqqara che si è unita alle forze ribelli; proprio in questa città si sono verificati violenti scontri durante il mese di agosto. Tale ipotesi, tuttavia, non tiene conto della reale distribuzione sul territorio delle principali città siriane; non considera, in particolare, che la Siria è caratterizzata dalla presenza di antichi centri che, nella maggior parte dei casi, sono situati lungo antiche rotte commerciali o zone costiere. In generale, poi, nel corso degli anni gran parte degli insediamenti agricoli ha preferito localizzarsi nelle zone periferiche del territorio di quella che sarebbe divenuta la nuova Siria piuttosto che la parte centrale, molto più arida e, per questo, disabitata.
I sostenitori dell’ipotesi del complotto esterno fanno inoltre notare che importanti centri quali Damasco ed Aleppo, seppur interessati dalla protesta, non sono mai stati teatro di fenomeni reazionari particolarmente intensi. Anche in questo caso, tuttavia, si omette di considerare che Damasco vanta un’estesa presenza dei servizi di sicurezza del regime che, di fatto, impedisce ai manifestanti di godere di uno stabile coordinamento; gli stessi Comitati di Coordinamento Locale, ad esempio, raramente riescono a condividere basilari informazioni inerenti la protesta. Sia Aleppo che Damasco rappresentano, di fatto, due importanti centri stabilmente controllati dalle forze governative ma, mentre il primo è da considerarsi una vera roccaforte per il regime di Bashar al-Asad, non è escluso che Damasco possa cedere alla rivolta ed insorgere quando e se, magari a seguito di un calcolo meramente opportunistico, essa giochi a sfavore della leadership alawita.
In quest’ ottica si inseriscono, secondo alcuni, i due citati attentati di Damasco; numerosi analisti puntano a collocare questi due cruenti eventi come rientranti in una sorta di strategia della tensione, utilizzando un termine tristemente noto alla storia italiana della Prima Repubblica, volta a dimostrare agli indecisi che la caduta del regime alawita di Bashar al-Asad potrebbe spingere la Siria verso l’instabilità ed il terrore; attribuendo, anche abbastanza frettolosamente, le sessanta vittime e gli oltre duecento feriti ad al-Qaeda ed a gruppi sunniti e salafiti operanti in Siria, infatti, il regime di Bashar al-Asad avrebbe voluto dimostrare che l’alternativa alla leadership alawita sarebbe sicuramente costituita da un regime basato sul fondamentalismo islamico in grado di ridurre la Siria ai livelli dell’Afghanistan e dell’Iraq.
La reale estensione della rivolta rappresenta un elemento di estrema importanza nell’ambito del processo attualmente in corso in Siria; l’elemento territoriale, e quindi il controllo manu militari di una parte più o meno estesa del territorio siriano da parte delle forze ribelli, costituirebbe un importante fattore legittimante per il Consiglio Nazionale Siriano in grado di spingere al suo riconoscimento anche quei paesi che oggi, cautamente, intrattengono solo un semplice dialogo con questo.
(Fonte: geopolitica.info)
di Pierfrancesco Cardalesi

La Palestina è nell’UNESCO

Storico voto oggi alla Conferenza generale annuale dell’Unesco. Lo Stato di Palestina è stato accolto come membro effettivo. Pochi i voti contrari, tra i quali quelli di Stati Uniti e Israele. L’Italia si è nuovamente astenuta. «Questo è un giorno di festa, un giorno storico». Il primo ad esprimere la soddisfazione per l’ingresso oggi della Palestina a pieno titolo nell’Unesco – l’agenzia dell’Onu per la cultura e l’istruzione – è stato Sabri Saidam, consigliere del presidente dell’Anp Mahmoud Abbas. «Per noi si tratta di uno dei pilastri nella nostra lotta per l’indipendenza, penso che siamo più che mai vicini a raggiungerla», ha affermato, aggiungendo che il voto è un «grande messaggio» per chi, in seno al Consiglio di Sicurezza, si oppone alla richiesta palestinese di adesione all’Onu. E’ intervenuta anche una storica “portavoce” palestinese, Hanan Ashrawi. Si è trattato, ha spiegato, di «un trionfo dello spirito umano di fronte alle intimidazioni». «È molto importante perchè manda il chiaro messaggio che nel mondo vi è una maggioranza di Paesi che non vogliono rendere vittime i palestinesi ed escluderli dalla comunità delle Nazioni» ha aggiunto Ashrawi «la minoranza che ha votato contro, in particolare gli Stati uniti, si troverà isolata dalla parte sbagliata». E’ arduo prevedere quanto avrà di concreto questa “vittoria” palestinese ottenuta oggi nonostante l’opposizione di Israele e Stati Uniti. Certo è che si tratta di un successo diplomatico di non poco conto, che accresce lo status palestinese a livello internazionale, ma che, è bene precisare subito, non porterà al riconoscimento automatico alle Nazioni Unite dell’indipendenza dei palestinesi sotto occupazione israeliana. Oggi 107 Stati si sono espressi a favore dell’adesione della Palestina, 52 – tra cui l’Italia, schierata con Israele – si sono astenuti, e 14 hanno detto no, tra i quali Usa, Germania e Israele. In sala ha fatto molto scalpore il sì della Francia che fino a qualche settimana fa appariva contraria alla iniziativa palestinese. Il voto favorevole della Conferenza era dato per certo visto che lo scorso 5 ottobre il Consiglio esecutivo dell’Unesco aveva approvato con 40 voti favorevoli su 58 una raccomandazione (giunta dai Paesi arabi) per attribuire alla Palestina lo statuto di stato membro visto che era coinvolta solo con lo status di osservatore. Il passo mosso dall’Unesco di fatto rappresenta una risposta alla decisione unilaterale del governo Netanyahu di dichiarare, un anno fa, «monumenti del patrimonio storico israeliano» due siti – la Grotta dei Patriarchi di Hebron e la Tomba di Rachele di Betlemme – che si trovano entrambi nella Cisgiordania occupata. Decisione criticata anche da una parte della comunità internazionale. Dopo il voto di oggi e il loro ingresso a pieno titolo nell’Unesco, i palestinesi potranno richiedere la registrazione di quei siti che Israele vorrebbe annettersi definitivamente. Per questo Stati Uniti ed Europa si erano impegnati in un pressing diplomatico per persuadere i palestinesi ad accontentarsi di uno status di livello inferiore a quello di membro a tutti gli effetti. Gli europei chiedevano ai palestinesi di aderire per ora solo a tre convenzioni dell’Unesco. Ma il ministro degli esteri dell’Autorità Nazionale Palestinese, Riad Malki, ieri aveva ribadito di volere il pieno riconoscimento come Stato. «Se otterremo un successo e con un gran numero di voti, daremo un grande impulso agli sforzi che stiamo facendo per ottenere l’adesione del nostro Stato indipendente anche alle Nazioni Unite», ha spiegato Malki a radio Voce della Palestina. Alla vittoria diplomatica palestinese, seguiranno però seri guai finanziari per l’Unesco. La portavoce del dipartimento di Stato americano Victoria Nuland la scorsa settimana aveva avvertito che «ci saranno conseguenze» dopo l’accoglimento della Palestina, un chiaro riferimento ai 70 milioni di dollari che Washington versa ogni anno all’agenzia dell’Onu. Agli Stati Uniti si unirà Israele. Nimrod Barkan, l’ambasciatore israeliano presso l’Unesco è stato categorico nel ribadire il punto di vista del suo paese secondo il quale che non spetta ad un’agenzia dell’Onu, ma al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, decidere quali Stati possono essere accolti.

Fonte: www.nena-news.globalist.it

Il futuro della primavera araba sarà un gelido inverno?

L'articolo, scritto da Amir Madani per l'Huffington post, evidenzia i rischi del fatto che la rivoluzione avvenuta nel nord Africa, non sia basata su un solido cambiamento culturale e che ancora non abbia prodotto veri leader del calibro di Martin Luther King o Ghandi.

Articolo: 

Da una tenda di beduini al bunker: l'ascesa e la fine di Muammar Gheddafi

Muammar Gheddafi è stato il più longevo leader arabo-musulmano. Nato a Sirte in un giorno imprecisato del 1942 da una famiglia di poveri beduini, all'età di nove anni si trasferisce a Sebha è lì cresce, assorbendo le idee provenienti dal vicino Egitto, teatro della rivoluzione di Gamal Abdel Nasser, uno dei massimi esponenti del nazionalismo arabo. L'adolescente Gheddafi comincia la sua marcia verso la rivoluzione, organizzando in gruppi di studio i suoi compagni di scuola. L'attività politica del giovanissimo Muammar continua nell'università di Tripoli, dove ottiene un diploma in storia, prima di essere ammesso all'accademia militare di Bengasi, in cui molti cadetti si mostrano sensibili alle sue idee di nazionalismo panarabo ed anti-occidentale.

Il 1 settembre del 1969 guida il colpo di stato per la deposizione di re Idris e instaura la Jamaria, il "governo delle masse", a forte preponderanza islamica. A dare la spina dorsale politica alla Jamaria il Libro Verde, il testo pubblicato tra il 1975 e il 1979 che racchiude la dottrina politica del leader libico. Il volume, in cui vengono descritti gli ideali dello stato islamico-socialista, contiene quelli che lo stesso Colonnello ha definito come i principi della "terza teoria universale", che articola lo stato libico, privo di una Costituzione. Nel libro è esposta la sua visione della democrazia e dell'economia, prendendo le distanze sia dal comunismo che dal modello occidentale, accusato di non essere democratico. La terza via di Gheddafi è un meccanismo di partecipazione diretta basato su una struttura piramidale, in cui il Colonnello è al vertice solo per eseguire la volontà del popolo. In ogni sua visita ufficiale, il colonnello ha sempre portato con sé copie del testo, di cui ha omaggiato i leader politici dei paesi ospitanti.

I presunti coinvolgimenti di Tripoli in attentati terroristici portano nel 1986, al bombardamento aereo americano di Tripoli: alcune bombe cadono sulla stessa caserma che funge da abitazione di Gheddafi, causando la morte di una sua figlia adottiva. Successivamente, l'attentato contro un aereo di linea americano Pan Am - precipitato sulla località scozzese di Lockerbie e la cui responsabilità è attribuita ai servizi segreti di Tripoli - ha come conseguenza l'imposizione di sanzioni economiche contro la Libia, il cui isolamento si riflette soprattutto sulle condizioni di vita della popolazione, non certamente degne di un paese grande esportatore di "oro nero". Ancora, un altro attentato aumenta l'isolamento internazionale della Libia: quello contro un aereo della compagnia francese Uta nel cielo del Sahara.

L'ostracismo internazionale viene superato solo dopo che nel 2003, a sorpresa, il colonnello annuncia la decisione di abbandonare il programma di costruzione di armi di distruzione di massa. Riprendono le relazioni diplomatiche con gli Usa, che non considerano più la Libia uno "stato canaglia", e le compagnie petrolifere americane ritornano in massa nel paese nordafricano.A conclusione di un lungo negoziato, Italia e Libia il 30 agosto sottoscrivono a Bengasi un trattato di amicizia.

Nonostante lo sdoganamento a livello internazionale, il potere di Gheddafi inizia a vacillare lo scorso febbraio, quando, sull'onda della "primavera araba" che ha portato all'inizio dell'anno al rovesciamento dei regimi di Ben Ali in Tunisia e di Mubarak in Egitto, gli oppositori del colonnello da Bengasi scatenano una rivolta, presto appoggiata dalla Nato (con Francia, Gran Bretagna e Italia in prima fila). Ma l'ottimismo iniziale che faceva pensare a una rapida caduta del regime svanisce presto. Il rais resiste alla rivolta grazie anche all'impiego di mercenari assoldati da altri paesi africani.

Fonte: repubblica.it

Wireless senza confini: ricercatori di Torino e Quatar insieme per un progetto di cooperazione allo sviluppo nelle Comore

E' partito ufficialmente il primo progetto "Wireless without Borders". Gli artefici sono il Laboratorio ICT della Regione Piemonte, che finanzierà le attività dei ricercatori Italiani, e il consorzio internazionale Top-Ix , che insieme con il Politecnico di Torino, invierà personale qualificato "sul campo". Il programma di lavoro, che per la prima volta prevede un’intensa collaborazione tra enti di un Paese Occidentale e di un Paese Musulmano, si svolgerà nelle isole Comore. Obiettivo del progetto è realizzare strutture di telecomunicazione ad uso gratuito per la popolazione, per l’accesso ad internet ad alta velocità, l'allestimento di servizi di telemedicina, l’offerta di formazione accademica mediante corsi a distanza, tenuti sia in Italia che in Qatar, e frequentati in remoto da studenti sul posto. Tutto questo in modo low-cost, dopo aver sperimentato in Savoia, la realizzazione della banda larga nelle zone non urbanizzate utilizzando comune materiale da ferramenta.

La prima implementazione sarà realizzata alle Comore, a Nord-Ovest del Madagascar, nell’Oceano Indiano. L'arcipelago è stato scelto perché è uno degli Stati più poveri del continente africano, dove l’accesso ai servizi di base è reso ancora più complesso dalla separazione geografica tra le isole.

Fonte: repubblica.it

Il consorzio progetterà, insieme con tecnici locali, una rete wireless a bassissimo costo, che sarà interamente realizzata e gestita dagli studenti dell’Università delle Isole Comore. Utilizzando questa infrastruttura, gli studenti seguiranno corsi di specializzazione a distanza e manterranno contatti permanenti con studenti e docenti Italiani e del Qatar. Nei prossimi mesi seguiranno altre realizzazioni, in Africa, Asia Orientale e America Latina.

Times: offerta segreta della Cina per salvare l'euro

A Bruxelles le indiscrezioni sono rimbalzate dal G20 finanziario di Parigi nel fine settimana e riportate domenica mattina dal Sunday Times. La delegazione cinese a Parigi guidata dal ministro Xie Xuren, ha scritto il giornale londinese, avrebbe presentato a ministri e autorità europee riuniti nella capitale francese un'offerta per salvare la moneta unica con investimenti massicci in titoli di Stato dei singoli paesi e in infrastrutture.
Il piano segreto di Pechino, di cui i leader parlano solo informalmente, lontani dall'ufficialità ma anche dai taccuini dei cronisti, avrebbe un valore di decine di miliardi. Una forte iniezione di capitali nell' Eurozona che potrebbe avere un esordio con l'intervento in Grecia del colosso cinese Hna, in pole position per l'acquisto dell'aeroporto di Atene. Le condizioni d'investimento però sarebbero da lacrime e sangue: ampie ristrutturazioni di bilancio e tagli alla spesa in tutti i paesi dell'euro, scrive il Sunday Times. «La Cina vuole essere sicura che l'Europa conosca le dimensioni del buco e che questo buco non diventi più grande prima che Pechino accetti di riempirlo», ha affermato una fonte anonima e «vicina al negoziato».

(Fonte: repubblica.it)

150 anni di censimento in Italia

150 anni fa partiva il primo Censimento della popolazione dopo l'unificazione del Regno d'Italia, i nuovi italiani erano 26 milioni e trecentomila. Da allora sono 14 le rilevazioni fatte, l'ultima nel 2001. Con quello del 2011 ed una popolazione che supera i 60 milioni, si arriva a 15. Dal 1861 le tornate censuarie si sono susseguite ogni dieci anni, ad eccezione del 1891, per le difficoltà finanziarie in cui versava il paese e nel 1941, a causa della guerra. Un'altra eccezione quella del Censimento del 1936, svolto a soli cinque anni dal precedente a seguito di una riforma legislativa del 1930 che ne aveva modificato la periodicità, subito dopo riportata a cadenza decennale e rimasta invariata fino a oggi. Con il passare degli anni e il mutare della società ci sono state varie modifiche al significato dei termini, ai riferimenti territoriali utilizzati dal Censimento per fotografare il nostro Paese, oltre che ai quesiti inseriti nel questionario, allo spoglio e all'elaborazione dati.
Nelle tornate del 1861 e del 1871 le unità di rilevazione famiglia e convivenza coincidono: dal 1881, invece, i due concetti vengono distinti e, in tempi più recenti, collocati in due diversi modelli: il foglio di famiglia e quello di convivenza. Inoltre nei censimenti del 1861, 1871 e 1881 la popolazione viene classificata in "popolazione dei centri, dei casali e delle case sparse". Dall'edizione del 1901 sparisce la definizione di "casali", mentre a partire dal censimento del 1931 viene introdotto il concetto di "centro". Lo spoglio elettorale dei questionari di queste prime tornate censuarie è fatto a mano. Nel 1931 la grande novità: spazio alle macchine perforatrici.
Nel 1936, nel questionario si richiedono notizie sulla famiglia residente al posto di quella presente e si domanda anche degli ospiti prersenti presso la famiglia nel giorno del censimento. Nel 1951 aumenta la quantità dei quesiti presenti nel questionario, sia per le nuove esigenze informative poste dall'epoca sia per la disponibilità di innovativi strumenti tecnici che rendono più veloci le operazioni di spoglio. Qualche anno prima, infatti, erano state introdotte le macchine statistiche elettroniche che poi, nel 51, vengono affiancate dalla più avanzata strumentazione meccanografica IBM. Tra i nuovi quesiti inserito c'è quello sul titolo di studio conseguito. In questo periodo su una popolazione di 47 milioni e mezzo di abitanti, 13 milioni di italiani possiedono la licenza elementare, 2 milioni e mezzo la licenza media, circa un milione e mezzo sono diplomati e solo 422 mila persone hanno conseguito la laurea.
Sempre a partire dal 1951 il Censimento della popolazione viene abbinato a quello delle abitazioni, una formula che ancora oggi viene seguita anche in altre nazioni, motivata dal contenimento dei costi e dalla necessità di rendere coerenti i due insiemi di dati. Se il censimento del 1961 segna l'avvento dei calcolatori e l'introduzione dei nastri magnetici, quello del 1971 introduce una terza generazione di elaboratori e di lettori ottici che permettono di trasferire le notizie direttamente sui rapporti meccanografici senza ricorrere alla perforazione delle schede. Aumenta la velocità delle operazioni, aumenta il numero dei quesiti, la società si evolve e diviene più complessa: vengono aggiunte domande relative agli spostamenti dei cittadini e degli studenti per recarsi sul luogo di lavoro e di studi, insieme a quelle sulla titolarità di pensioni qualsiasi specie da parte dei componenti della famiglia. Intanto tra il 1961 e il 1971 la popolazione passa da 50 milioni e seicentomila a 54 milioni e centomila.
Gli anni 80 e 90 sono contrassegnati dalla riorganizzazione produttiva a "rete" e dall'avvento di banche dati che consentono elaborazioni online. L'informatica rivoluziona le modalità operative del censimento, snellendo e velocizzando l'elaborazione dei dati e riducendo il carico di lavoro sugli operatori censuari.
Anche l'edizione del 2001 presenta innovazioni tecniche: lo sviluppo della telematica permette, oltre all'attivazione di un sito dedicato al censimento, il monitoraggio dei processi di distribuzione e raccolta del materiale di istruzione e delle circolari; segna anche il passaggio alla diffusione dei risultati online, che si vanno ad affiancare ai tradizionali volumi cartacei. Vengono inseriti anche nuovi quesiti: tra questi, la richiesta di informazione sui titoli di studio post laurea anche se nel Pese, a fronte di quasi 57 milioni di residenti, i laureati sono sempre una minoranza, appena il 7,1 per cento.
A dimostrazione del fatto che gli strumenti del censimento cambiano per aiutare e conoscere sempre più a fondo la società in continua evoluzione, nuovi quesiti sono presenti anche nel questionario del Censimento 2011. tra l domande, quelle sulle fonti energetiche utilizzate , sulla disponibilità di telefoni cellulari e sulla connessione a internet.
Fonte: www.dirittisociali.org

Palestina all’ONU, Abu Mazen presenta oggi la richiesta di riconoscimento

Alle 17.35 ora italiana, nonostante le pressioni diplomatiche, il leader dell'Anp presenterà la sua domanda di riconoscimento a pieno titolo e di adesione come Stato membro al segretario Onu che la trasmetterà in seguito al Consiglio di sicurezza come prevede la procedura delle Nazioni Unite. La sua richiesta sarà presentata alle 11:35 locali, le 17.35 in Italia, mentre il suo intervento all'Assemblea generale è previsto circa un'ora più tardi, ha indicato l'ambasciatore palestinese alle Nazioni Unite Riad Mansour.
I voti necessari - I palestinesi intendono ottenere «più di nove voti» sui 15 necessari al Consiglio di sicurezza per convalidare la richiesta di riconoscimento e adesione, ha affermato ieri il consigliere diplomatico di Abu Mazen, Majdi al-Khaldi, cosa che costringerebbe gli Stati Uniti a ricorrere al loro diritto di veto. Il voto al Consiglio non dovrebbe intervenire prima di molte settimane, ma i palestinesi si sono detti pronti ad attendere prima di studiare delle alternative.
Il veto degli Stati Uniti - Il presidente americano Barack Obama, che nel suo intervento davanti all’Assemblea Generale ha detto che uno Stato palestinese potrà nascere solo attraverso il negoziato tra le due parti e non con una risoluzione alle Nazioni Unite, ha provato fino all'ultimo a convincere Abu Mazen quantomeno a non rivolgersi al Consiglio di Sicurezza per richiedere una piena membership della Palestina all'Onu, avvertendolo che gli Usa non esiterebbero a usare il loro potere di veto per bloccare una simile richiesta.
Secondo quanto riporta il quotidiano Haaretz, anche altri funzionari dell'amministrazione Usa hanno incontrato diverse volte Abu Mazen negli ultimi giorni per fare pressione su di lui, e l'ambasciatrice degli Stati Uniti al Palazzo di Vetro, Susan Rice, ha ribadito due giorni fa che una richiesta di riconoscimento di uno Stato palestinese non darà alcun contributo al processo di pace e servirà solo a ritardare la ripresa dei negoziati (questi ultimi - ha sottolineato Rice - sono l'unica via attraverso cui i palestinesi possono ottenere l'agognata indipendenza).
Il discorso di Barack Obama sulla Palestina alle Nazioni Unite ha rappresentato un «monumento storico di cinismo». E' l'opinione del presidente venezuelano Hugo Chavez che,con i mass media al suo ritorno da Cuba, dove aveva appena subito un quarto ciclo di chemioterapia per curare il cancro, ha ironizzato «gli si leggeva sul viso che era un vero poema»
In precedenza, Chavez aveva scritto al segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon per ribadire il suo appoggio al riconoscimento di uno stato palestinese.
Fonte: www.diariodelweb.it

Carestia nel Corno d'Africa: è emergenza umanitaria

Prima una siccità drammatica, che ha sconvolto la vita di circa 10 milioni di persone nella regione del Corno d'Africa, e poi devastanti temporali: la popolazione della Somalia non conosce tregua.

I prossimi mesi saranno "critici" per un Paese che è non è lontano dalla carestia. Circa 3mila persone al giorno fuggono dalla Somalia diretti verso i Paesi vicini, Etiopia e Kenya, nel disperato tentativo di scappare dall'ondata di siccità che ha colpito il Corno d'Africa, la peggiore degli ultimi 60 anni. La gravissima situazione ha convinto le milizie islamiste degli shabab a revocare la messa al bando delle agenzie umanitarie internazionali in Somalia, a patto che dimostrino di non avere "propositi segreti".

Intanto l'Alto Commissario per i rifugiati dell'Onu sta organizzando un "enorme" carico di aiuti umanitari per i somali che recentemente sono riparati nel vicino Kenya, scampati alla siccità nel loro Paese. Lo ha indicato oggi a Ginevra un portavoce dell'ufficio delle Nazioni Unite.

La siccità crea inoltre il gravissimo rischio del colera, cui sarebbero sottoposti cinque milioni di persone. Il colera, un'infezione intestinale che causa diarrea, può portare alla disidratazione corporea e a volte anche alla morte, se non si interviene immediatamente con un trattamento medico preciso.

(Fonte: avvenire.it)

Campagna presso l’ONU per il riconoscimento dello Stato Palestinese: le conseguenze

L’Autorità Nazionale Palestinese presenterà a settembre all’assemblea dell’Onu la richiesta di riconoscimento della Stato Palestinese nei confini del 1967.
Il governo israeliano sta facendo di tutto perché l’Onu non accolga la richiesta. Il Senato Statunitense a giugno ha approvato una risoluzione che minaccia la sospensione degli aiuti all’Autorità Palestinese in caso insistesse con la sua iniziativa all’ONU. Il ministro della Difesa israeliano Ehud Barak ha avvertito che la prospettiva dell’azione ONU avrebbe conseguenze pari ad uno “tsunami”.
Perché quest’avversione nei confronti di una iniziativa che non ha nulla di straordinario dal momento che i confini del ’67 sono quelli già riconosciuti dall’Onu, più di 100 Stati riconoscono già la Palestina. Come Stato, la Gran Bretagna, la Francia e altri paesi europei hanno promosso la Delegazione Generale Palestinese a missioni e ambasciate diplomatiche – una condizione normalmente riservata solo agli Stati, Napolitano ha annunciato che altrettanto farà presto anche l’Italia?
In realtà il riconoscimento dell’Onu farebbe fare un “salto di qualità” alla questione palestinese:
l’occupazione della Palestina, che comunque viola diverse norme del diritto internazionale e numerose risoluzioni dell’Onu, diverrebbe l’occupazione da parte di un altro Stato del territorio di uno Stato sovrano;
il processo di pace avverrebbe tra due Stati e quindi in un contesto giuridico più chiaro e non più tra uno Stato, quello israeliano, ed una entità , l’Autorità Nazionale Palestinese, invenzione degli Accordi di Oslo, priva di una configurazione giuridica definita e comunque posta in posizione subordinata al governo israeliano;
di conseguenza il “processo di pace” attualmente del tutto bloccato potrebbe rimettersi in moto e su nuove basi;
sarebbe superato uno dei fattori che impediscono di portare Israele davanti alla Corte Internazionale che può intervenire solo nelle controversie tra Stati.
E’ già in atto in Italia una campagna per la raccolta di firme a sostegno della richiesta dell’ANP, con l’obiettivo di raccoglierne un milione prima di settembre.
Chi vuole firmare può farlo raggiungendo su internet questo indirizzo www.palfreedom.ps.

Fonte: http://89.97.219.81/cdbcassano

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