Curare la patologia o prendersi cura della persona?

Notizia - autore: emedisalute - pubblicazione del: 06-10-2011

Il ponte della relazione con il mondo della malattia rappresenta uno dei punti fermi sui quali ricostruire una sanità italiana in grado di valorizzare il fattore umano, degli ammalati e dei sanitari, ad ogni livello.
Ogni essere umano vive la condizione di malattia o di infermità a modo proprio. Quando abbandoniamo, anche soltanto con il pensiero o per pochi giorni, il mondo della salute tendiamo a perdere le coordinate stesse della nostra “umanità”. Questo è il motivo per cui associamo la malattia a un’idea di disumanità e di ingiustizia talvolta inaccettabile.
Ogni persona colpita da una qualche patologia diversamente invalidante (e questo ognuno di noi l’ha sperimentato direttamente) pensa, si sente e si riconosce come un “ammalato”, né potrebbe essere diversamente, giacché la vita durante il percorso della malattia, sia questa breve o interminabile, acquista un sapore, un valore, un senso diverso. Quando ci ammaliamo, infatti, fosse anche per una banale influenza, si modifica la gerarchia delle nostre priorità, cambiano alcune o molte delle nostre abitudini: in una parola, la malattia modifica la nostra esistenza, facendoci rimpiangere quel bene, cui adesso riconosciamo un inestimabile valore, che si chiama salute.
Nel momento in cui viene preso in carico dal S. S. N., la burocrazia trasforma l’ammalato e, contro il suo volere, ne etichetta il fascicolo sotto la voce “paziente”.
La risposta del Sistema, quindi, sembra negare la possibilità di dialogo con un mondo così diverso dalla salute come quello della malattia. E’ lui, l’ammalato, che deve rinunciare alla propria natura ed accettare di trasformarsi in “paziente” poiché tanti ammalati così diversi il Sistema non è in grado di gestire.
A lui si chiede, quindi, di “essere paziente” e di rinnegare di fatto la sua condizione. Non c’è possibilità di dialogo con il mondo della malattia (così almeno si crede) per cui, puntando sulla sua rassegnazione, si crede che egli possa accettare di stare nello stesso identico mondo delle persone sane.
Iniziare a costruire un ponte tra i due mondi è, invece, assolutamente possibile. Personalmente, nella mia attività di docente a contatto con il mondo della sanità ho conosciuto diversi professionisti sanitari che ci provano ogni giorno con ottimi risultati perché hanno scoperto il segreto delle relazioni di valore. Parlo non a caso di “segreto”, poiché in sanità la formazione sulle discipline di tipo psico-comportamentale, come può essere la comunicazione interpersonale, è quasi del tutto sconosciuta.
Non ogni rapporto tra esseri umani è in grado di generare buoni frutti così come non sempre la comunicazione facilita la comprensione reciproca. Potremmo paragonare la relazione di valore ad un filo, un filo sottilissimo che collega due persone, invisibile all’occhio umano e che può allungarsi anche per migliaia di chilometri così come accorciarsi fino a pochi centimetri quando i due si trovano uno accanto all’altro. All’interno di questo filo scorre un’energia vitale per entrambi, l’energia della relazione. Siamo tutti “esseri di relazione”, i rapporti di valore, secondo alcuni recenti studi, contribuirebbero addirittura ad allungare la durata della nostra stessa vita.
Va da sé che una efficace relazione tra sanitario ed ammalato contribuisce concretamente al buon andamento della terapia. Prendersi cura della persona ammalata significa, quindi, favorire con ogni mezzo lo sviluppo di relazioni di valore in sanità. Queste si costruiscono con gli strumenti della comunicazione, con gli atteggiamenti e con i fatti, ossia con iniziative concrete a favore dell’ammalato e dei suoi cari. In questo senso, mettere nelle condizioni il personale sanitario di costruire autonomamente relazioni di valore anche con i propri colleghi costituirà l’architrave della sanità del futuro prossimo e la Medicina stessa dovrà recuperare il proprio ruolo di scienza di relazione “tra il laboratorio e il letto di degenza”.