Il genio degli italiani in 150 grandi idee

Notizia - autore: stg - pubblicazione del: 23-10-2011

In un libro appena uscito, Vittorio Marchis, professore di Storia dell’industria italiana al Politecnico, racconta «150 (anni di) invenzioni italiane» (Codice edizioni), cose che effettivamente hanno a che fare con la proiezione della nostra immagine di italiani, i desideri, i consumi, le ambizioni realizzate e frustrate, il ciò che siamo e quello che, a cavallo del secolo, eravamo. Guardiamo queste «cose» e constatiamo che non sono, appunto, cose, ma «oggetti», cioè relazioni. Parlano di noi.
La Vespa, la caffettiera Bialetti, la Cinquecento, lo sappiamo; la lampada Parentesi di Castiglioni, la macchina da scrivere Olivetti, certo. Ma anche cose ignote e decisive come l’ombrello, il forno da cottura o, scusate, la nervatura che rende possibile la costruzione delle scarpe da donna con i tacchi alti. Senza quella non sarebbero esistite le dive hollywoodiane.
Tra gli inventori ci sono sì premi Nobel come Fermi e Marconi, ma soprattutto oscuri operai, soldati, ingegneri, profughi, fuggitivi, imboscati. Siamo davvero questo, ammesso che siamo un popolo.
L’inventore dell’ombrello, per dire, era Giovanni Gilardini, semplice lavoratore del Verbano arrivato negli Anni Quaranta dell’Ottocento a Torino. Divenne il fornitore principale di calzature per alpini e vestiario per l’esercito italiano nella Grande Guerra. Se avete presente Monicelli, ecco, dietro c’è Gilardini.
Enrico Forlanini, nato dalla borghesia intellettuale milanese, nel 1912 inventò l’«idrottero», base dei moderni aliscafi: era partito producendo dirigibili, se oggi andiamo velocemente al mare sulle isole lo dobbiamo a lui. Salvatore Ferragamo era un calzolaio avellinese che ebbe la pensata di applicare elementi di scienza delle costruzioni alle scarpe da donne: è stato lui a inventare l’elemento irrigidente per le scarpe da donne, nel ‘23 si spostò a Hollywood, aprì il «Boot Shop» e si fece calzolaio delle stelle. Ma abbiamo anche inventato il missile giocattolo con l’apertura automatica, che tanti di noi ha fatto felici, bambini, e stupirà anche i nostri figli: bene, Alessandro Quercetti, che lo brevettò, era un ex pilota di guerra. Scopriamo, o ricordiamo, che la macchina del film «Ritorno al futuro» - quella che si apre quasi con le ali è di Giugiaro.
Sarebbe stato facile, pensando agli «oggetti italiani», fermarsi al design industriale vanto del Moma, la sedia di Cassina, le cose di Sottsass, le lampade di Castiglioni, i maestri dello stile Munari e Giò Ponti. Ma siamo stati molto di più, bambini, narcisisti, geniali, esperti nel desiderare, sempre aperti all’innovazione, e questo è il nostro autoritratto.

(Fonte: la stampa.it)